|
Poco più di quarant’anni fa i Beatles erano già un gruppo finito. Le speranze riposte nell’ambiziosissimo progetto di inizio ’69, il celebre Get Beck, si spensero quasi sul nascere. Si trattò di sessions video/audio/musicali durissime, ed i nervi della band pronti a saltare da un momento all’altro (celebre la “discussione” tra Paul McCartney e George Harrison testimoniata nel film Let It Be). L’unico lampo di folle e fantastica lucidità si ebbe in occasione del concerto improvvisato sul tetto della sede Apple (la casa discografica messa su dagli stessi baronetti l’anno prima) in Savile Row n.3, l’ultima esibizione live dei Fab Four. Lasciato alle spalle Get Back (perlomeno fino a quando Lennon ed Harrison l’anno dopo non lo consegneranno nelle mani di Phil Spector, il quale ne caverà, non senza fatica, Let It Be) i Beatles erano ormai diretti verso le loro solitarie strade. McCartney però, forse preso da qualche rimorso di coscienza, non la pensava ancora così ed era deciso a dare una degna conclusione alla folgorante avventura intrapresa neanche dieci anni prima. Decise di riprovarci, di richiamare George Martin (lo storico producer, che accettò solo a condizione che tutti e quattro avessero partecipato attivamente ai lavori) e di rimettere in moto quella fenomenale macchina sforna capolavori. Nasce così Abbey Road, prendendo il nome dalla via di Londra nella quale sorgono gli studi della EMI. Un disco fantastico, nel quale, per l’ultima volta, la fantastica alchimia dei quattro ragazzi di Liverpool riprende forma e consistenza regalando al mondo perle fantastiche come “Come Together” e “I Want You (She’s So Heavy)” di John Lennon, il long medley della seconda facciata ideato da un Paul McCartney al massimo della sua vena creativa, ma soprattutto i due più grandi capolavori (“Something” e “Here Comes The Sun”) prodotti da quel genio incompreso di George Harrison, il quale comunque troverà, ulteriore, parziale rivincita l’anno seguente con il suo magistrale All Things Must Pass. Non dimenticando, inoltre, che finalmente anche Ringo Starr trovò finalmente gloria personale, firmando l’unico assolo di batteria della sua carriera nell’intro di “The End”. La vera fine del gruppo, in un modo o nell’altro, più grande di sempre.
09/09/09, quarant’anni più tardi, la EMI decide di sfruttare la curiosa data (visceralmente legata alla figura di Lennon, e la sua ossessione per il numero nove) per lanciare dopo un’attesa di ventidue anni le versioni rimasterizzate in cd dell’intero catalogo beatlesiano. Una lacuna gravissima per il mondo della musica, quando gruppi di due o più tacche inferiori ai Fab Four contano già molteplici ristampe, ed i fan dei Beatles devono ancora combattere con le pessime masterizzazioni datate 1987. Questo fino ad oggi, fino alla consegna nei negozi di tutto il mondo di un preziosissimo catalogo, finalmente ripulito, levigato e rimpolpato. Aldilà degli strombazzamenti della casa discografica, e aldilà della cura del packaging finalmente degna di questo nome (perlomeno nel caso di Abbey Road), le novità dal punto di vista prettamente sonoro sono davvero limitate ed un po’, francamente, deludenti. Il volume generale, un po’ basso nella precedente versione, non è stato aumentato e ad esclusione dei suoni leggermente più puliti, del potenziamento dei toni bassi (ora molto più caldi) e di qualche strumento leggermente più in evidenza ora (per esempio i bonghi sul finale di “Sun King”), non ci sono elementi che fanno gridare al miracolo. Nel cd, inoltre, è incluso un mini documentario sulla realizzazione dell’album. Inappagante anche questo, sia per la scarsa lunghezza che per l’assenza di elementi originali; infatti si tratta al 95% di materiale proveniente dall’Anthology, pubblicata anni orsono. Per non parlare dell’assenza di sottotitoli italiani, relegati solo alla versione dvd di questi documentari, reperibile solo nel costosissimo box set che comprende l’opera omnia.
Una rimasterizzazione, insomma, senza infamia e senza lodi. Ma del resto era quasi impossibile migliorare la, quasi, perfezione raggiunta, ormai, tanti tanti anni fa.
|