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La mia opinione sui nuovi CD rimasterizzati dei Beatles è presto detta: lungamente attesi e sacrosanti. Preso atto che c’è chi si aspettava di meglio e di più, tra i 13 dischetti messi in commercio il 9/09/09 e i precedenti datati 1987 non c’è paragone: il suono è infinitamente più nitido e ricco di dettagli, i volumi (di poco) più alti, e il mix tra strumenti e voci è ottimamente bilanciato, come e meglio che nei vinili primigeni. Non ci sono bonus-tracks? Vero ma – a parte la mia ostilità verso questa odierna forma di revisionismo musicale – tutto il restante è stato riunito sull’apposito doppio CD “Past Masters” o, eventualmente, sui tre capitoli dell’”Anthology” e su “The Beatles At The BBC”. I libretti sono striminziti e contengono poche foto e liner-notes troppo sintetiche? Vero anche questo ma qui stiamo parlando mica di Hatfield & The North (per dire...) ma dei Beatles! Su cui tutti, si presume, dovrebbero aver letto almeno un libro biografico o un minuzioso articolo monografico onde conoscere vita, morte e miracoli del quartetto che negli anni Sessanta rivoluzionò la Musica oltreché naturalmente il Costume di mezzo mondo.
Chiarito che i nuovi remasters mi soddisfano assai, le vicende discografiche dei Beatles possono essere sommariamente catalogate in due tronconi. Il primo – cosiddetto “in bianco e nero” – è quello che parte nell’autunno del 1962 (epoca dell’uscita del primo singolo “Love Me Do”) e si conclude nell’estate del 1965 con “Help!”, album e film dallo stesso titolo. E’ il periodo dei Mop Tops e del Mersey Beat che esplode in Inghilterra e poi anche in America e nel mondo, in cui John, Paul, George e Ringo vestono divise inappuntabili e fanno l’inchino alla fine di ogni canzone. In cui le canzoni parlano, invariabilmente, dell’inizio o della fine di un amore e tanto basta. Il secondo troncone è quello c.d. “in technicolor”, iniziato con “Revolver” nel 1966, in cui i Beatles prendono a farsi crescere baffi e (in alcuni casi) barba e la parola d’ordine diventa: “sperimentare”. Con le droghe (cannabis e LSD), con la musica (sitar, nastri al contrario, ecc. ecc.) e con liriche che tendono, a turno, a lanciare “messaggi” o ad un impressionismo (inizialmente) ispirato da Bob Dylan. Si tratta del periodo hippie, per intenderci, movimento da cui Lennon, McCartney & Co. restano in qualche modo avulsi ma che influenzano in modo decisivo almeno fino al momento del dissolvimento del gruppo attestato nel 1970 dopo l’uscita dell’album/canto del cigno “Let It Be”.
Nel mezzo di queste due epoche gremite di accadimenti e di trionfi si situa “Rubber Soul”, LP del dicembre 1965 che mi ha sempre lasciato un po’ perplesso e che oggi ho la possibilità di riascoltare nel suo massimo – finora - splendore sonico. Palesemente un disco di transizione, “Rubber Soul” propone tracce di quanto c’è stato in passato e segnali di quanto avverrà in futuro. Stranamente, proprio Paul McCartney (istigatore principale del successivo rivoluzionario “Revolver”) sembra il più legato al vecchio stile “Mop Tops”. Almeno compositivamente. Le sue “I’m Looking Through You” e “You Won’t See Me” (e anche “Wait” che però è oggetto di una vera co-scrittura con Lennon) infatti sono in linea con il precedente beat-oriented “Help!”, e in parte lo è anche l’irresistibile brano di apertura “Drive My Car”, che però vanta (già) un arrangiamento funky-jazz più evoluto e un testo finalmente slegato dalla tematica ragazzo/ragazza: la storia di un’attrice che promette a chi gli farà da chauffeur di diventare – maybe – la sua amante.
John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr alla fine del 1965 non erano più quattro provincialotti di Liverpool che i suoni dell’America li avevano sentiti solo su 45 giri. A quel punto avevano girato il mondo e avevano assorbito le influenze più disparate. Interessante, a questo proposito, “Think For Yourself” di George Harrison, che a non saperlo si potrebbe credere tratto dalla raccolta “Nuggets”, ovvero: le garage-bands americane formatesi sulla scia dell’impazzante Beatlemania che per via di un paradossale effetto di ritorno, a loro volta vanno ad influenzare i Fab Four. “Think For Yourself” è una delle migliori (ri)scoperte di “Rubber Soul”, con quella pregevole chitarra harrisoniana che la tiene piantata in territorio indubbiamente swinging London quando basterebbe solo un po’ di fuzz in più per immaginarla suonata da una punk-band texana. Inoltre, su “If I Needed Someone”, Harrison pare assorbire la lezione dei folk-rockers losangelini The Byrds (a loro volta beatlemaniaci persi) di cui era divenuto buon amico durante la permanenza in California, mentre in “What Goes On” cantata da Ringo Starr (unico evidente riempitivo del disco) i Fab Four si spostano in territorio country. Alla Beatles, certamente, ma pur sempre country.
Il problema (se c’è) nel riapprocciare “Rubber Soul” a 44 anni di distanza è rappresentato dai pezzi più celebri. Chi ha voglia di risentire per l’ennesima volta la mccartneyana “Michelle” e la lennoniana “Girl”, due lentoni che in adolescenza avremo (tutti) ballato migliaia di volte con ritorni non sempre consoni alle attese? E che dire di due mid-tempo lennoniani pur “classici” quali “Nowhere Man” e “In My Life” che oggi 2009 non ci fanno più sobbalzare il cuore come la prima volta che le ascoltammo? Possibile che l’eccessiva familiarità ottenebri la mente, com’è anche possibile che la linearità melodica di questi due brani, a lungo andare, abbia loro nuociuto. Ma li salva, in definitiva, la voce sempre un po’ stridente di John Lennon, una delle più inimitabili di sempre e asso nella manica dei Beatles (sorry Paul), e anche il fatto che il Beatle con gli Occhiali, a questo punto, avesse deciso di corredare le proprie musiche con un set di liriche ineditamente personali, in cui per la prima volta affrontava i propri dubbi e angosce dell’epoca: alla Dylan-maniera, per molti versi, ma senza i tanti oscuri simbolismi del Bardo di Duluth.
Poi, storicamente, “Rubber Soul” è l’ultimo album dei Beatles dominato da Lennon per numero di pezzi composti e cantati (da “Revolver” in poi, con John accerchiato dalle droghe e da Yoko, Macca prende il sopravvento). Sono attribuibili a lui anche la conclusiva “Run For Your Life”, “The Word” e “Norwegian Wood”. Fatta eccezione per l’aggressiva (e un po’ sessista nel testo) “Run For Your Life” che non avrebbe stonato su “Help!”, “The Word” e “Norwegian Wood” (andandosi a sommare a “Nowhere Man” e “In My Life”) dimostrano come Lennon fosse il vero fulcro dell’avanguardia beatlesiana in quell’autunno del 1965. “The Word” è un breve interludio funky-soul (o, come i Beatles lo chiamavano, “plastic soul” o ancor meglio “rubber soul”) per l’epoca assolutamente avanti. “Norwegian Wood” per contro è una dolce ballata sognante dal testo dylaniano passata alla storia – come noto – per essere il primo caso in cui lo strumento indiano sitar (suonato da Harrison) viene incastonato all’interno di una canzone pop. Con risultati, come tutti sanno, memorabili.
Non erano più propriamente beat, i Beatles, nel ’65, ma nemmeno ancora del tutto folli e psichedelici, e ciò rende “Rubber Soul” un LP un po’ incoerente se paragonato sia ai precedenti che ai successivi dei Fab Four. Vale la pena allora ricordare che in parallelo i Beatles incisero e pubblicarono uno dei loro migliori 45 giri di sempre, un doppio A-side con “We Can Work It Out” e “Day Tripper”, provenienti dalle stesse sessions ma non incluse nell’album come consuetudine dell’epoca. Lo fossero state, probabilmente “Rubber Soul” sarebbe oggi citato con la stessa reverenza che viene abitualmente riservata ai capolavori “Revolver” e “Sgt.Pepper”.
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