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Dopo dieci anni di attività solo i grandi gruppi riescono ancora a stupire, e non c’è nulla da fare: Bellamy e compagni sembrano proprio collocarsi lì, fra le new entry del rock sperimentale e l’Olimpo delle leggende. Magari si esagera, ma i fatti parlano da sè: i Muse continuano a muoversi, a giocare, a sperimentare, a cercare sempre un nuovo mezzo per le proprie idee, con il proprio marchio di fabbrica che unisce pubblici diversi, diluendo un’eclettica visione del rock nelle programmazioni radiofoniche di tutto il globo, un codice fatto di noise, distorsioni graffianti e monolitiche, falsetti vibranti e fughe bachiane. “The Resistance” unisce tutto l’arsenale del trio di Teignmouth, stavolta con un potenziale esplicativo esagerato, che va a moltiplicarsi di brano in brano, nello snodarsi delle trame romantiche e incantate, con l’apporto di un’orchestra sinfonica di quaranta elementi, e l’eccellente lavoro di missaggio di Mike Stent. Si tratta indubbiamente di un lavoro complesso, musicalmente forse il più eterogeneo della band: si passa dai riconoscibilissimi riff di serie, attraverso arie orientaleggianti, arrivando a dolci suonate che richiamano i classicismi ottocenteschi, sino a beat R&B, senza mai sforare o far storcere la bocca. E questo perché “The Resistance” è un disco pieno di idee, di momenti emozionanti e motivi orecchiabili: l’ideale per un successo di quelli che lasciano il segno.
Andiamo con calma nel nucleo del lavoro: l’album è quanto di più variopinto e ben suonato della band, undici tracce (tre segmenti finali di un’inaspettata suite) in grado di far rizzare l’orecchio ad audience estese, con episodi dal gran potenziale commerciale, di certo non una novità in casa Muse. “Uprising” è il singolo estratto, forse il pezzo meno originale e più conforme alla tradizione, nulla da togliere all’incalzante intro e al motivetto notevolmente orecchiabile, di certo uno dei pezzi più riusciti del lavoro, anche se probabilmente non il più pregevole. E basta per l’appunto arrivare alla title-track in seconda posizione per rendersi conto che la svolta è in fase di decollo: le atmosfere si rendono più dilatate, tra indie, pop e un elettro-progressive di tutto rispetto. Il ritornello, potente e incisivo è tipicamente Muse, ma si nota il lavoro di contrappuntistica nel basso di Christopher al piano, stacchi eccellenti, coinvolgenti armonie di voce, insomma: un microcosmo di elementi che confermano un ottimo arrangiamento, punto di forza che non trova cedimenti in tutto l’album. Il lavoro convince, e in terza posizione, tanto per spezzare, un beat degno del miglior Justin Timberlake. Si tratta di “Undisclosed Desires”, qualcosa che piacerà e lascerà al contempo interdetti, più che altro per la novità, dato che in sè e per sè un pezzo R&B del genere non si sente con facilità. Certo fa un po’ effetto sentire giri armonici cosi scontati, ma l’idea è buona e il disco va avanti. Eccoci forse a uno dei migliori momenti del lavoro, “United States Of Eurasia”, un’intrigante e intuitiva commistione fra oriente e occidente, tra arie mediorientali e palesi richiami ai Queen, il tutto a coadiuvare verso un corpus decisamente godibile, specie se dai 3:40 emerge un piacevolissimo Chopin, accompagnato da un bellissimo arrangiamento d’archi e un sottofondo apocalittico di cacciabombardieri, qualcosa che sa di ossimoro, antitesi estetica molto suggestiva. C’è un po’ un discorso tra catastrofe e speranza in “The Resistance” (titolo non proprio casuale), e forse si potrebbe parlare di un concept album sotto alcuni profili, specie dal punto di vista tematico. “Guiding Light” presenta un sound vagamente Killers, con ampie tastiere di sottofondo, cadenza di basso trascinante, una splendida linea vocale e forse l’unico solo di chitarra degno di nota in tutto l’album. Procedendo “Unnatural Selection” riporta immediatamente l’ascolto a “Newborn”, un brano che sta perfettamente fra le righe, con tutte le classiche soluzioni armoniche che ben conosciamo, fughe e contrappunti riletti in chiave iper-moderna, nulla di stupefacente, tutto scorre con una facilità impressionante, senza mai incappare in momenti inutili e prolissi. Dalle dissonanze al meticoloso gioco di armonizzazioni: tutto è equamente bilanciato. La stessa aria si respira in “MK Ultra”, un altro paragrafo che ai minimi termini propone la ben nota poetica Muse, unendo i potenti riff con un lavoro di archi eccellente, un continuo crescendo in esplosione. “I Belong To You Mon Coeur S'Ouvre” dimostra la tendenza del disco: il punto di forza sta nella linea morbida, nei pezzi per così dire “lenti”, tant’è che anche qui, in questo pop dai colori dell’Est, c’è da viaggiare in progressioni dal grandissimo carico emotivo, in particolar modo nella seconda sezione del brano, un duetto piano voce che sfoggia un Bellamy sorprendente, in grado di tagliare orizzonti lontani e far venire i brividi, dalla voce estremamente profonda ed evocativa. Ed eccoci, dulcis in fundo, alla maestosa cavalcata sinfonica divisa in tre episodi “Exogenesis Symphony, Pt 1-2-3”, un trionfo di atmosfere da maestri del progressive, dove l’album prende la sua forma più definitiva, uscendo da un bozzolo ibrido quanto ben formato, con una netta impennata verso la musica classica, quasi una dichiarazione d’amore rimasta in sospeso per tutto il lavoro.
A conti fatti “The Resistance” conferma che il progetto Muse vale ancora molto, e che ha tanto da dare ai propri fan, o a chi semplicemente ama fruire della dinamica in musica, cosa che, va sottolineato, rappresenta uno dei più pregevoli caratteri di questa band, mai statica o adagiata sui propri allori. I Muse qualcosa di nuovo l’hanno effettivamente fatto nella scena musicale, e lo dimostrano influenze depositate un po’ ovunque, anche lì dove non te lo aspetti (guarda i Dream Theater da “Octavarium” in poi). Dopo un’eccellente decade costellata di successi, eccoli emergere con un album che forse è tra i loro migliori, un disco estremamente efficace, pieno di spunti, idee ed ideali. Generalmente i connubi rock/sinfonia o sono straordinari, o sfociano nel kitsch, qualcosa che termina in un’accozzaglia di suoni diversi e avversi. Qui la storia è diversa, il lavoro merita, e tanto, sia per come è suonato che per come è stato fatto suonare (il mixing, mi ripeterò, è eccellente).
“The Resistance” si palesa quale perla autunnale, un’opera eccellente che con ogni probabilità farà parlare di se per molto tempo, creando di sicuro un feedback positivo nelle masse quanto nel pubblico di nicchia, dando ancora una volta la conferma che lo stravagante progetto nato a fine anni Novanta in quel della contea di Devon, è ancora un organismo in evoluzione, un progetto con forza ed idee da vendere.
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