|
Revolver è il disco della svolta artistica dei Beatles che darà inizio al periodo dei grandi capolavori dei Fab Four (Sgt Pepper, White Album ed Abbey Road). I semi di genialità si respirano fin dalla copertina dell’album, opera di Klaus Voorman, compagno dei tempi dello Star Club di Amburgo (a tal proposito, consiglio vivamente la visione del film Backbeat). Il remaster targato 2009 è frutto di un progetto scrupoloso che rende finalmente giustizia ad un disco penalizzato in passato da scadenti versioni in formato CD. Grazie al lavoro di un team di professionisti che, per l’occasione, hanno utilizzato tecnologie d'avanguardia unite ad attrezzature di studio di registrazione d'epoca, i brani hanno recuperato l’antica brillantezza conservando, allo stesso tempo, il calore, l'autenticità e l'integrità del sound analogico.
Storicamente Revolver si trova a cavallo tra due singoli di rara bellezza: “Rain” / “Paperback Writer” (appartenente a tutti gli effetti alle sessions di Revolver) e “Strawberry Fields” / “Penny Lane”, prologo di un progetto mai concluso che diventò, successivamente, Sgt. Pepper. I Beatles di quegli anni hanno rappresentato un motore di rinnovamento per l’Inghilterra di proporzioni straordinarie in quanto le loro canzoni stavano cambiando il volto della musica popolare. Il 1966, anno di pubblicazione di Revolver, è un momento storico particolarmente importante per l’Inghilterra. A differenza degli Stati Uniti, dove la guerra non aveva portato alcuna distruzione, la Gran Bretagna era uscita pesantemente penalizzata dalla Seconda Guerra Mondiale sopportando una durissima fase di ricostruzione economica ed industriale. Nei primi anni Sessanta, con circa un decennio di ritardo rispetto agli USA, l’Inghilterra si trovava, finalmente, ad attraversare una fase di boom economico. A questo fenomeno si accompagnava, parallelamente, una modernizzazione della società senza precedenti. In politica questo fervore innovativo si rifletteva con l’elezione nel 1964 di Harold Wilson, primo premier laburista dopo la lunga fase di establishment dell’era Churchill. La colonna sonora di questo “rinascimento britannico” era (manco a dirlo) la musica dei Beatles con la quale una nuova generazione di giovani, con desideri ed esigenze profondamente differenti al passato, poteva identificarsi. La genialità dei Beatles consisteva nell’aver realizzato una grande innovazione da un punto di vista musicale con una “apparente semplicità” tale da rendere la loro musica fruibile da tutti senza distinzioni di livelli di cultura o di conoscenza musicale.
Da un punto di vista prettamente evolutivo di band, i Baronetti erano pronti a lasciare alla spalle il periodo aureo della Beatlemania, fenomeno troppo difficile da gestire che stava acuendo nella band un profondo senso di disagio. L’altra faccia della medaglia di questo successo planetario (senza precedenti nella storia della musica) era che la loro parte pubblica si era trasformata in una prigionia claustrofobica. Tra un concerto e l’altro, John, Paul, George e Ringo erano sempre chiusi nel loro albergo per poter sfuggire ai fans in delirio. In aggiunta a tutto questo, si inasprirono tensioni e polemiche di ogni tipo: a volte furono di ordine pubblico (le minacce di morte da parte del Ku Kux Clan alla band) a volte equivoci (come il delirio apocalittico che seguì alla celebre frase di Lennon “i Beatles sono più popolari di Gesù”); altre volte veri e propri misunderstanding diplomatici (il gran rifiuto dei Fantastici Quattro all’invito della moglie del presidente Marcos con conseguente fuga dalle Filippine). Ma, nonostante tutto, i Beatles erano dei ventenni che in quel momento avevano il mondo ai loro piedi. Sarebbe stato più facile e scontato perdere la testa, come succede spesso in questi casi, ed imboccare il viale del declino. A differenza di altri gruppi contemporanei, più banalmente legati al successo immediato da 45 giri, la loro crescita artistica era esponenziale e li portava molto lontano dal “periodo yeah yeah”. Ossessionati dal demone della creatività, nell’agosto del 1966 fecero l’ultimo concerto al Candlestick Park di San Francisco e dissero addio per sempre alla Beatlemania per dedicarsi a sviluppare compiutamente la loro dignità artistica.
Il tasso creativo dei Beatles del periodo 1965-1966 è a livelli di picco. Da Rubber Soul a Revolver non passa nemmeno un anno. Grazie ai privilegi che si erano conquistati sul campo, i Beatles dedicano tutto il tempo possibile alla ricerca di qualcosa di innovativo che potesse rappresentare una splendida opera d’arte riproducibile all’infinito. Per realizzare Revolver impiegarono due mesi e mezzo circa. Periodo molto lungo per gli standard dell’epoca ma eccezionalmente breve se paragonato a quelli attuali. Fu la rivoluzione compiuta ed è forse il più bello dei dischi dei Beatles. Fino a quel momento tutto quello che si poteva ascoltare nei dischi era sostanzialmente qualcosa che rifletteva un evento musicale che poteva essere realizzato dal vivo. Quello che in questo periodo stavano incidendo in studio era molto lontano da quello che potevano eseguire in pubblico. Certi suoni erano impossibili da riproporre dal vivo con le tecnologie di allora. Progressivamente i Beatles cominciarono a concepire lo studio di registrazione come se fosse uno strumento vero e proprio: lo strumento della nuova era. Un registratore a quattro piste e manipolazioni varie, con tanto di scotch e mollette (eravamo lontani anni luce da Nuendo, Logic e Pro Tools per intenderci) consentiva di creare qualcosa non riproducibile in natura (cioè attraverso il suono diretto prodotto da uno strumento classico). Come la musica d’avanguardia, anche in questo caso vi era una ricerca a tutti i costi della sperimentazione più audace, con la grande differenza che la ricerca, in questo caso, veniva messa al servizio del gusto di massa. I Beatles sperimentavano per offrire un prodotto alla gente senza rimanere chiusi in circoli elitari.
Il primo brano a cui i Beatles lavorarono è uno dei pezzi più innovativi non solo di quel disco ma di tutta la musica rock (chiedete ai Chemical Brothers di “Setting Sun”). Il pezzo è intitolato “Tomorrow Never Knows” e venne scelto, opportunamente, come pezzo di chiusura dell’album. I dischi, infatti, stavano diventando delle opere compiute o, per meglio dire, dei veri e propri concept album e non più una raccolta di 45 giri e di cover. Per questo motivo, alla stregua dei romanzi e dei film, il finale rivestiva un’importanza cruciale in quanto doveva dare un significato compiuto e retroattivo a tutto il disco. “Tomorrow Never Knows” nasce da un’idea di John Lennon di comporre un brano composto da un solo accordo: do maggiore. John in quel periodo era influenzato non solo dalla musica indiana portata da Harrison ma, soprattutto, da un elemento nuovo che era l’uso delle droghe (marijuana e, soprattutto, LSD). Il riferimento delle liriche alle sue letture preferite (l’esperienza psichedelica di Timothy Leary ed il “Libro Tibetano dei Morti”) è evidente (“Turn off your mind, relax and float down stream”). Vi è una rottura totale con la struttura tradizionale strofa-ritornello-strofa. Riprendendo i canoni della struttura modale propri della musica jazz, il brano si sviluppa in modo orizzontale con una stratificazione di livelli, in un procedimento che non ha una durata prefissata e che potrebbe andare avanti all’infinito. La cosa è a dir poco sconvolgente per quegli anni. Il distacco dalla musica suonata è totale. Nulla di quello che si ascoltava dalla canzone poteva essere suonato dal vivo: ci sono chitarre rovesciate, effetti sonori e soprattutto la voce di Lennon che (grazie al prodigio sonoro del Quinto Beatle, George Martin, sempre più indaffarato a riprodurre in suono i viaggi lisergici dei Favolosi Quattro) echeggia come il canto di un “monaco tibetano dall’alto di una collina". Il risultato fu una meravigliosa esplosione di supernova che proietta l’ascoltatore in un’altra dimensione della realtà. L’effetto fu così potente da influenzare in maniera determinante il pensiero di uno del calibro di Brian Eno. L’inizio vero e proprio del disco avviene con “Taxman”, un pezzo del fratellino minore George Harrison. Il testo del brano è una violenta invettiva contro la politica fiscale britannica ("Hey Mr. Wilson!..."). L’incedere ritmico è ancora quello del beat. Questo brano può essere considerato, a tutti gli effetti, il pezzo di addio della band al Mersey Sound, cioè alla musica che aveva dominato le hit parade di tutto il mondo fino a quel momento e che li aveva visti protagonisti assoluti prima che volassero altrove. Il secondo solco di Revolver, “Eleanor Rigby”, è composto dal “presunto leggero” Paul McCartney ed è uno dei capolavori del disco. La canzone ci offre quadri di dolore, solitudine e spietato realismo (“Eleanor Rigby picks up the rice in the church where a wedding has been”; “Father Mckenzie writing the words of a sermon that no one will hear”). La cosa è insolita se rapportata al contesto sociale del tempo, in cui tutto sembrava scintillante, e se pensiamo che fu stata scritta da un ventenne pieno di successo. Ma in questo periodo Paul, ben introdotto nel giro della swinging London grazie alle amicizie della fidanzata di allora, Jane Asher, era una spugna assorbente assetato di conoscenza su tutto quello che stava accadendo nel mondo dell’arte. L’arrangiamento è un doppio quartetto d’archi (più corposo rispetto all’arrangiamento di “Yesterday”). La risposta di John a questa prodigiosa canzone fu una pezzo dai toni crepuscolari che ci porta da tutt’altra parte. “I Am Only Sleeping” è un elogio alla pigrizia di un uomo che sta dormendo ed il cui solo desiderio è quello di evadere in un mondo di fantasia. La canzone rifletteva il momento di difficoltà coniugale di Lennon, terribilmente annoiato dalla monotonia domestica nella sua nuova casa (si fa per dire!) di Kenwood cui evadeva solamente grazie ai viaggi sotto l’effetto dell’LSD. Il pigro incedere è incastonato in modo superbo in un prezioso effetto di nastri di chitarra registrati al contrario. In “Love You To” Harrison fa la prova generale per il successivo più riuscito “Within You Without You”. “Here, There And Everywhere” è uno di quei momenti mielosi molto cari al buon Macca. Rispetto a quanto gli accadrà dopo lo scioglimento dei Beatles, la composizione armonica di questo brano è di straordinaria bellezza con richiami evidenti agli impasti vocali dei Beach Boys (da sottolineare che, in quel periodo, la competizione artistica con la band californiana era molto intensa). Il seguente “Yellow Submarine”, nasce da un'idea di McCartney e fu l’esempio di come la sperimentazione potesse essere messa al servizio dei bambini. Ci lavorarono con loop di suoni, effetti e rumori di ogni genere trasformando una iniziale filastrocca per bambini in un universo di immaginazione. Proprio per le sue tinte ironiche e fiabesche, decisero di farla cantare al simpatico Ringo Starr. “She Said She Said” racconta di uno strambo viaggio di John Lennon a base di LSD assieme a Peter Fonda il quale, stonato dai fumi dell’acido, non faceva altro che ripetergli “I know what it's like to be dead”. “Good Day Sunshine” è una canzone leggera che originariamente apriva il lato B del vinile infondendovi una rinnovata iniezione di allegria. Per questo disco Paul ci regala una delle sue perle più belle: “For No One”. E’ una canzone d’amore cantata con tono elegante e nostalgico. Ci parla della sua storia appena conclusa con Jane Asher. Il pezzo è talmente bello che avrebbe fatto invidia a uno come Brian Wilson. E’ strutturato in terzine intarsiate in un tempo di quattro quarti, quasi a dare l’idea dello scorrere di diapositive di ricordi a ritroso nel tempo. “Dr. Robert” è pura satira pungente lennoniana nei confronti di medici compiacenti che fornivano psicofarmaci a chiunque glieli chiedesse (si è anche arrivati a pensare si alludesse al Dr. Timothy Leary). “Got To Get You Into My Life” è una dedica di Paul alla musica soul che, specie dopo il concerto di Otis Redding al festival di Monterey, stava raggiungendo grande notorietà e consenso tra il pubblico bianco. I fiati erano presi dalla band di George Fame (grande interprete soul inglese).
Buon ascolto!
P.S. Lennon preferiva la versione mono del disco.
|