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Nei mesi passati vi abbiamo parlato spesso dell’anno d’oro che stava delinandosi per il poliedrico cavaliere del lo-fi Lou Barlow. Dopo averne decantato le imprese nei Dinosaur Jr sia in studio(con il più che buono Farm) che dal vivo (in Italia con quattro date), è giunta l’ora di gustarsi quello che, dalle premesse, dovrebbe essere il piatto forte del ricchissimo 2009 barlowiano.
Nel 2005, il cantautore americano, da poco papà, sfornò il primo disco a suo nome, dopo aver passato due decenni a produrre canzoni dietro molteplici sigle e collaboratori (Dinosaur Jr per l’appunto, Sebadoh, Sentridoh, Folk Implosion). Quattro anni dopo, con la moglie di nuovo in dolce attesa, per Barlow è ora di ritornare a raccogliere nello stesso terreno seminato. Infatti, Goodnight Unknown si presenta come il logico seguito di Emoh, ovvero una dozzina di dolci ballate impregnate di profumi casalinghi ed arrangiamenti tanto artigianali quanto innovativi. Ma se Emoh arrivava subito al cuore grazie a canzoni strepitose come “Home”, “Legendary” e “Imagined Life”, Goodnight Unknown avvolge l’ascoltatore in maniera più lenta e sub cutanea, dando la falsa impressione, iniziale, di trovarsi di fronte a canzoni meno ispirate (il duo iniziale formato da “Sharing” e dalla title track, al primo approccio lascia piuttosto interdetti) o quantomeno meno forti. Ma basta pazientare un po’, ed ecco che Barlow confeziona una perla come “Too Much Freedom” che, impreziosita dalle armonie vocali di Lisa Germano (ospite d’eccezione) e da un pregevole intreccio di chitarre acustiche, riuscirebbe a far sciogliere anche il più tenebroso cuore di pietra. Ovviamente non tutti i quattordici brani (accompagnati, tra l’altro, da altrettanti videoclip visionabili sul canale ufficiale YouTube della Domino) sono capolavori, ma sorprendentemente non ci sono momenti insufficienti, e che sia per la brevità generale dei pezzi o per la effettiva ispirazione non lo possiamo stabilire con certezza, ma è la pura verità. Del resto, singolarmente, è difficile trovare un songwriter che riesce a stupire chi ascolta con i bridge piuttosto che con la melodia principale come fa Barlow in questo album. Basta ascoltare brani eccelsi come “Take Advantage” e “Gravitate” per rendersene conto, e per constatare, per l’ennesima volta, l’estrema abilità autoriale dell’occhialuto musicista americano. Tra strizzate d’occhio ad Elliott Smith (“Faith In Your Heartbeat” rimanda alle eteree atmosfere di Either/Or) e Nick Drake (“The One I Call”, dal finale commovente e carico di lirismo), gli altri brani che maggiormente restano impressi sono lo pseudo trip hop folk di “The Right” (primo singolo estratto) e “Don’t Apologize”, con il suo arrangiamento quasi bizzarro e vagamente psichedelico che insaporisce la solidissima melodia.
Si tratta, insomma, di un disco di riconferme. Conferma del talento di Barlow, conferma della sua superficialità stilistica (l’unico album, davvero, ben prodotto e rifinito della sua intera carriera resta Bakesale dei Sebadoh, datato 1994) ma al contempo della sua profondissima capacità in fase di scrittura. Goodnight Unknown è un album leggero, un pezzo di musica composto e lavorato per puro piacere artistico e senza troppe, altre, velleità. Probabilmente non sarà un capolavoro, certamente non è un disco mediocre e l’unico appunto che possiamo fare ad un artista tanto bravo quanto umile e simpatico (e dopo ventiquattro anni di carriera) è quello di non averci regalato un altro classico per ampliare la sua sterminata collezione. Perché si, forse stavolta manca davvero quel brano capace di toglierti il fiato o di commuoverti dall’inizio alla fine. Ma le grandi canzoni non mancano, quelle no.
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