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Ci sono voluti tre anni, ma ne valeva la pena, eccome! Crash Love segna il ritorno degli A Fire Inside, meglio noti con l’acronimo AFI, e si può dire che l’attesa fosse segnata anche da una certa tensione, considerati i risultati non proprio esaltanti raggiunti da Decemberunderground del 2006.
Intendiamoci, l’album fu il più grosso successo degli AFI dal punto di vista delle vendite, della popolarità e dell’avvicinamento di nuovi fans: fu la vecchia guardia a storcere un po’ il naso: nonostante la presenza di un paio di singoli iper-maliardi come Miss Murder e The Killing Lights, sembrava, in un certo senso, che la band si fosse smarrita alla ricerca di suoni che fossero al tempo stesso teatrali e d’atmosfera. La conseguenza era un ricorso eccessivo al synth che livellava un po’ tutto, un vero peccato per un sound caleidoscopico come è sempre stato quello degli AFI. Con Crash Love i camaleontici californiani scrivono un nuovo capitolo della loro storia musicale, che vanta l’impressionante durata di 18 anni e include un numero di trasformazioni tale da sfiancare qualunque malcapitato recensore. Merito e colpa, in egual misura, vanno al geniale frontman Davey Havok. Canaglia d’un Davey: quando credi finalmente di aver inquadrato e classificato la sua musica, voilà, lui te la spariglia come un mazzo di carte costringendoti a ripartire da zero, sembra quasi che ci si diverta. La forza carismatica di Havok, la capacità di evoluzione della band e il richiamo, comunque costante, alla loro anima punk: questi sono i tre fattori che, in più occasioni, hanno salvato gli AFI dal tritacarne di una critica musicale frettolosa e supponente, che archivia sotto la voce Emo/Rock qualsiasi schitarratore, più o meno onesto, purchè nerovestito e con una certa propensione alla depressione cronica. Se Crash Love sia effettivamente, alla luce di questo 18° compleanno, il loro disco della maturità, è difficile dirlo (anche perché potrebbero riservarci ulteriori sorprese); certamente Sing The Sorrow del 2003, finora considerato il capolavoro degli AFI, ha trovato un insidioso avversario. E’ sicuramente il disco più rock mai sfornato dalla band. Il suono è più compatto e cristallino che mai, ma non ha l’uniformità di Decemberunderground, anzi in alcuni passaggi ritrova persino l’aggressivo smalto degli esordi. Il merito è anche della sfavillante produzione di Joe Mc Grath e Jacknife Lee, che riesce a far risplendere ogni singola componente dei brani pur creando uno spettacolare equilibrio finale, evitando l’effetto di disunità che spesso caratterizza il punk-hardcore. E’ vero che Sing The Sorrow aveva già segnato, per la band, un’importante transizione verso sonorità meno graffianti e più raffinate, splendidamente gotiche, e anche vagamente perverse. Crash Love è più accessibile, pur rimanendo estremamente... AFI. Dà la sensazione che la band abbia voluto tentare un approccio più diretto, evitando le complicazioni senza perdere la propria assoluta, inesplicabile unicità. La prova regina è l’assenza di intro e outro, che erano una costante degli album degli AFI: tutti i 12 brani sono potenziali hit d’assalto, ma la mancanza di una Miseria Cantare o di una Endlessly, She Said al primo ascolto risulta abbastanza sconvolgente per un fan di vecchia data. Altro indizio di cambiamento sono i testi, meno astratti e immaginifici rispetto al passato. Anche questa potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, dato che la fanbase ha sempre amato la poetica stralunata e a tratti nichilista di Havok, ma effettivamente su questo nuovo sound più esplicito le liriche di Sing The Sorrow avrebbero avuto un effetto più straniante che creativo. Complessivamente, a livello musicale, la sezione ritmica è molto meglio valorizzata rispetto a Decemberunderground, Hunter Burgan e Adam Carson svolgono un ruolo importante e sono soprattutto loro a definire il nuovo sound rockeggiante della band. Ma è il chitarrista Jade Puget a meritarsi la standing ovation con ritmiche chirurgiche, cambi di ritmo eseguiti con fluidità degna di un veterano e – la ciliegina sulla torta – doppio assolo in Medicate e Sacrilege. Quanto a Davey – altro cambiamento – non utilizza lo screaming, correndo il rischio di far mancare un punto dinamico importante; per ovviare al problema, gli AFI hanno ulteriormente potenziato quella caratteristica che gli appartiene come a nessun’altra band al mondo, e che costituisce la loro “firma” imperitura: la capacità di creare cori maestosi e irresistibili, in grado di riempire qualsiasi vuoto e mascherare qualunque incertezza lirica o strutturale. Torch Song si presenta con un giro di chitarra sinuoso e luciferino; Beautiful Thieves e End Transmission strizzano l’occhio alle influenze più glam della band; Too Shy To Scream, per quanto costituisca l’anello debole dell’album in termini strettamente tecnici, ha un riffing punk-rock che ne fa una hit potenzialmente di impatto devastante; Veronica Sawyers Smokes, ispirato a un personaggio interpretato da Wynona Ryder, ha un fascino tutto particolare che ricorda gli Smiths o i Cure, ed è sicuramente una delle track migliori; OK, I Feel Better Now risulta sorprendentemente vicina agli ultimi U2, ma i pregevoli giochi di chitarra di Jade Puget fanno perdere di vista le somiglianze e ci ricordano che siamo in presenza di una band comunque unica nel suo genere, che non ha bisogno di imitare nessuno; Medicate è il primo singolo estratto dall’album, e non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, è il manifesto dei nuovi AFI; I Am Trying Very Hard To Be Here costituisce un po’ la sintesi di tutte quelle che sono state le evoluzioni degli AFI dal debutto ad oggi, senza perdere di vista la componente iconografica e visuale, da sempre fondamentale nella loro musica e nei loro bei video; Sacrilege ricorda di più gli AFI degli esordi, quelli punk-e-niente-altro; poi c’è Darling I Want To Destroy You, intermezzo a suo modo romantico; l’epica chiusa è affidata a Cold Hands e It Was Mine.
L’impressione finale è decisamente positiva: gli AFI, lasciati da parte i fronzoli inutili, sono tornati a regalarci un grande album. E’ incredibile la capacità di questo quartetto di coinvolgere senza scadere nel banale, di emozionare senza forzare, e di mantenere intatta attraverso tutte le successive trasformazioni, una personalità che ben pochi possono vantare. Bentornati, quindi!
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