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L’ex-cantante dei Soft Cell torna “back in the USSR” dopo il primo esperimento “Heart On Snow” del 2003, e stavolta centra perfettamente il bersaglio. Come noto, Marc Almond possiede da sempre una doppia anima: la più conosciuta è quella pop tendenzialmente imperniata su ritmi da dancefloor, coltivata fin dagli esordi con i Soft Cell e, spesso, anche nel corso della carriera solista. Album anche celebri quali “The Stars We Are” (1988), “Tenement Symphony” (1991) e “Fantastic Star” (1996) ne sono un buon esempio. Poi c’è la seconda grande passione di Almond, quella per le ballate scure e “maledette” altresì dette torch songs, che ha trovato sfogo – dopo l’imprescindibile “Torch”, singolo dei Soft Cell n.1 in UK nell’82 - nell’acclamato “Torment & Toreros” (1983) con i Marc & The Mambas, e quindi, da solista, in “Jacques” (1989), raccolta di brani dell’amato Jacques Brel, e in “Absinthe: The French Album” (1993), selezione di canzoni storiche degli chansonniers francesi tradotte in inglese.
“Heart On Snow” aveva rappresentato il tentativo di realizzare in chiave russa ciò che, a suo tempo, con “Absinthe”, era stato fatto (in quel caso, ottimamente) per la Francia. Era risultato però troppo kitsch, un tipico difetto almondiano: eccessivamente moderna la produzione e troppi anche i duetti e le collaborazioni (una delle quali, con il grande Boris Grebeshnikov, leader dei mitici Akvarium e una delle poche figure di rocker autoctono che la Grande Madre Russia abbia prodotto). Al contrario, questo nuovo “Orpheus In Exile” - raccolta di vecchie canzoni dell’era sovietica - risulta perfettamente calibrato. Registrato a Mosca da Almond e dal produttore / arrangiatore Alexei Fedorov con l’accompagnamento della Orchestra Rossija condotta da Anatole Sobolev, possiede un suono costantemente melanconico e omogeneo, realizzato tramite – essenzialmente - pianoforte, bajan (una specie di fisarmonica), contrabbassi e tastierine quasi da pianobar, e che potrebbe definirsi “seppiato”. Insomma: le stesse sonorità che presumibilmente questi brani avevano in origine, negli anni ’20, ’30 e ’40 del Novecento, quando innumerevoli orchestrine le eseguivano finanche nei più sperduti angoli dell’allora Unione Sovietica. La succitata compattezza è dovuta anche al fatto che i brani del disco appartengono tutti ad un unico songbook: quello di Vadim Kozin, forse la più celebre pop-star (ante-litteram) dell’epoca di Stalin. Uno che però, nella classica parabola “dalle stelle alle stalle”, proprio lo spietato leader sovietico nel 1944 mandò al confino in Siberia, in uno sperduto e freddissimo paesino, Magadan, in cui Kozin volle poi restare nonostante l’intervenuta riabilitazione, fino alla morte avvenuta nel 1994 all’età di 91 anni.
Nel booklet allegato, Almond spiega di aver conosciuto l’opera di Kozin nel ’92 durante una tournèe in Russia, e di essere subito rimasto intrigato dalle sue composizioni che trasudano una malinconia tutta russa e dai testi che talora rivelano profondi tormenti, anche sul piano sessuale (sembra infatti che Kozin fosse gay, il che in Unione Sovietica non era proprio il massimo del socialmente accettato). Già su “Heart On Snow” l’ex-Soft Cell aveva cantato due brani scritti da (o associati a) Kozin: qui ne presenta altri 13 – tradotti fedelmente in inglese da Katija Strelnitski - che daranno senz’altro nuovo lustro alla figura di questo cantante/autore, in larga parte ancora ignoto al pubblico occidentale.
Alcuni episodi sono tra le cose migliori che Almond abbia mai inciso. Dolci e ispirate le due ballate francesizzanti che aprono e chiudono il disco: “Boulevards Of Magadan” e “Letter From Magadan”, in particolare la prima, in cui Kozin fa un parallelo tra i viali di Parigi celebrati da Yves Montand e quelli, meno sfolgoranti ma da lui comunque adorati, della “sua” siberiana Magadan. “Forgotten Tango”, come da titolo, è un superlativo tango d’antan, e l’autunnale, elegiaca “When Youth Becomes A Memory” riporta alla memoria il Marc Almond che cantava “Youth is gone...” con i Soft Cell. Già era efficace a quei tempi, quando aveva 20 anni; ma adesso che ne ha 50, la sua interpretazione di strofe koziniane su "the crazy dreams [that] will not come true" e di "nights as long as Gypsy tales" risulta ancora più vera e appassionata. Svettano anche: “Beggar”, altra ballata noir dal testo che parla di un’attrice un tempo famosa ridotta in tarda età a chiedere l’elemosina per la strada, dove nessuno la riconosce (probabile metafora del Kozin tristemente rilegato ai margini dal regime staliniano); e la ritmata “Brave Boy”, forse il pezzo che più si avvicina ad una canzone pop moderna, dal ritornello impossibile da scacciare dalla mente. Qui ha un sapore anni ’30 ma farebbe ancor più faville con un trattamento electro-dance: magari Marc Almond ci ha pensato lui stesso e chissà che non ne faccia il suo prossimo singolo...
E fatta eccezione per la brechtiana marcetta “Day And Night”, troppo ripetitiva (e troppo militare) – “Orpheus In Exile” è un successo su tutti i fronti. Gli arrangiamenti sono misurati e sempre di gran classe, e l'ugola di Almond (qui canta solo lui...) appare tornata sugli standard precedenti al tremendo incidente stradale che nel 2004 gli fece rischiare la vita e in cui riportò danni alla testa che lo tennero lontano dalle scene per quasi tre anni. Talmente buono, “Orpheus In Exile”, che lo si può impilare senza esitazione alcuna fianco a fianco a “Torment & Toreros”, capolavoro dark di Marc con i Mambas del 1983. Dopo l’incerto e convalescente “Stardom Road” (primo disco del dopo-incidente), Marc Almond si conferma, a quasi 30 anni da “Tainted Love”, come una delle migliori voci in circolazione.
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