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Non c’è dubbio che l’indie-rock moderno graviti intorno a Piccadilly Circus e dintorni: da sempre (anche senza andare a scomodare i Beatles) dalla Gran Bretagna arriva un sound talmente caratteristico e riconoscibile, psichedelico e profondamente made in UK, da sembrare tagliato su misura per l’effervescente Londra. In questo correntone, almeno fino al loro primo album, si inserivano perfettamente tre teenager di Coventry, The Enemy: e, come pesci nell’acqua, ci sguazzavano talmente bene che hanno deciso di fare man bassa di tutto quello che Sua Maestà ha esportato, musicalmente parlando, negli ultimi quarant’anni. Dai Fab Four ai Pulp, dai Clash agli Oasis e ai Verve, non si è salvato nessuno.
Il risultato è, francamente, imbarazzante. I giovani The Enemy hanno esordito come formazione pop-rock nel 2006: senza infamia e senza lode, ma offrivano quanto meno musica orecchiabile. In patria sono diventati in breve tempo - non è dato sapere come - delle autentiche superstar. Che potessero funzionare come prodotto da esportazione, però, era alquanto aleatorio. L’appello che, a questo punto, viene lanciato da più parti è: cari recensori/ giornalisti/ discografici/ talent scout/ promoter, tutti voi che vi affannate alla ricerca della next big thing della musica leggera internazionale (e che sembrate trovarne una ogni quindici giorni), la prossima volta fermatevi, respirate e riflettete prima di rifilarci un altro Music For The People. Tanto, l’esplosione del brit pop c’è già stata con gli Oasis, e potete scommettere che la ventata di novità che Gallagher&Gallagher portarono all’epoca non si ripresenterà tanto facilmente (loro, nel frattempo, continuano ad azzuffarsi a telecamere spente).
Soffermiamoci brevemente sull’inquietante titolo, che fa pensare a qualche mostruosità di stampo orwelliano: che diamine significa “Musica per la gente”? Musica per le masse? Musica per i non eletti? Musica commerciale, di consumo? Ma poi, scusate, per chi è la musica se non è per la gente? Gli scellerati testi fanno propendere per l’ipotesi-masse: ovvero, il cantante Tom Clark, novello messia della working class, si lamenta indignato: "There's no such thing as a free meal/ there's no future in British Steel/ No one ever gives you anything for free/ Unless you're sleeping with the BBC", oppure: "There is no left/ there is no right/ New Labour is a joke/ just another Thatcherite". Quest’ultimo è un estratto di Don’t Break The Red Tape, in cui moltissimi hanno notato una somiglianza veramente scandalosa nientemeno che con la celeberrima London Calling dei Clash. E le scopiazzature non finiscono qui: Last Goodbye somiglia a Sonnet dei Verve, la traccia nascosta vorrebbe imitare Let It Be, Nation Of Checkout Girls è il clone di Common People dei Pulp; Be Somebody ricorda molto, nel ritmo e nella struttura, una hit che terremotò le classifiche mondiali pochi anni fa, si chiamava Chelsea Dagger ed era cantata dai Fratellis; Elephant Song, infine, strizza l’occhio a D’You Know What I Mean degli Oasis, ma nel complesso è l’unico brano passabile, con effetti alla Radiohead nell’intro e un’esplosione di chitarre ultra-distorte nella parte centrale.
Ci resta il dubbio che l’intento dei The Enemy fosse quello di fare un album di cover. Ma, se anche così fosse, avrebbero potuto metterci più impegno.
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