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I Soulsavers sono un progetto ideato da Rich Machin e Ian Glover il cui primo lavoro, ”Tough Guys Don’t Dance”, risale al 2003. Il duo ha progressivamente abbandonato le atmosfere elettroniche trip-pop degli esordi a favore di un sound più rock oriented, grazie anche alla collaborazione con Mark Lanegan, che da ospite fisso sembra ormai passato a membro effettivo del gruppo.
A circa due anni di distanza dal precedente "It's Not How Far You Fall, It's The Way You Land", i Soulsavers ritornano nel 2009 con un progetto ambizioso da titolo “Broken”. Il disco è influenzato dalle esperienze live del gruppo, che ha evoluto il proprio stile verso un suond più tirato ed immediato negli arrangiamenti. Un secondo elemento che balza subito in evidenza è la presenza di variegate aperture stilistiche che, in un ottica di singolo brano, potrebbero arricchire l'album di spunti interessanti ma che, inquadrate nella coralità di un disco, tendono a donargli una certa disomogeneità lasciando l’ascoltatore, a tratti, disorientato. Psichedelia, musica da camera e timidi accenni al jazz arrivano, ogni tanto, a tingere alcune canzoni facendo intravedere che si potesse osare di più o, ancor meglio, che si potesse creare un progetto parallelo a questo. Alla fine si è preferito non avventurarsi in ardimenti che potessero intaccare il cuore emotivo soul/gospel di "Broken", i cui battiti cupi e melanconici caratterizzano la maggior parte del lavoro. Le 13 tracce del disco annoverano ospiti di livello assoluto: Mike Patton, Bonnie “Prince” Billy, Jason Pierce (Spiritualized e Spacemen 3) e Gibby Haynes (Butthole Surfers). Accanto a loro l'esordiente Rosa Agostino come voce secondaria. In ogni modo, gli ospiti sono generalmente relegati a ruoli di secondo grado (coristi o seconde voci). Lanegan è lunico di questi che riveste un ruolo essenziale nel progetto: è coinvolto nella stesura di quasi tutte le tracce del disco ed è lead vocalist in quasi tutte le canzoni (tranne quelle affidate alla voce suadente e sofferta dell’australiana Red Ghost alias Rosa Agostino) quasi a far sembrare questo lavoro come il nuovo disco solista dell'ex-Screaming Trees. Come a sorprenderci, il disco inizia con “The Seventh Proof”, un’elegante canzone strumentale che dal rock dista anni luce la cui malinconia ricalca, piuttosto, lo stile di Erik Satie: un arpeggio di pianoforte dialoga con un clarinetto. Il tutto è accarezzato da un sottofondo di arrangiamento d'archi molto soave. A questo stato di quiete fa seguito la tempesta elettrica di “Death Bells”, brano che sembra uscito direttamente da “Bubblegum” (di Lanegan) con chitarre distorte, acide e taglienti che si ergono tra tappeti di tastiere in cui fa capolino anche un sax malato. "Unbalanced Pieces" è un brano noir molto orecchiabile, per metà rock e per l’altra trip-pop, dominato dalla presenza delle due voci tra le più significative del rock moderno, cioè Mark Lanegan e Mike Patton (Faith No More). “You'll Miss Me When I Burn” è un classico di Will Oldham che sembra essere cucito addosso al carismatico vocalist di Ellensburg: piano e voce e tanto pathos, con un sottile arrangiamento d'archi e una voce femminile a far capolino nel finale. Folgorante!. “Some Misunderstanding” è un vecchio classico di Gene Clark (Byrds) molto ben interpretata da Lanegan la cui morbida voce esegue il brano proprio come avrebbe fatto Neil Young quarant’anni prima, anche se gli otto minuti di durata sono, francamente, troppi per un tributo al vecchio rock di un tempo. “Shadows Fall” è una tenera melanconia folk in cui lo stile di Lanegan si manifesta in maniera più determinante che altrove e “Can't Catch The Train” è un'altra bellissima ballad. Le atmosfere e gli arrangiamenti di questi ultimi due brani ci ricordano, qua e là, Nick Cave ed i Tindersticks. “Pharoah's Chariot” si sviluppa sulla base di pianoforte e chitarra acustica con alcuni piccoli innesti psichedelici. Così funerea e tremolante che mi rimanda alla memoria i tempi di Andrew Eldritch. “Wise Blood” è il secondo pezzo strumentale del disco, in cui alla melanconia di viola e violoncello segue un crescendo orchestrale che regala forti emozioni grazie anche al battito cardiaco di cassa e rullante. Il brano sembra provenire dalla colonna sonora di un film. Le ultime tracce del disco vedono la giovane Red Ghost come protagonista. Lo stile ricorda molto PJ Harvey, specialmente quando si produce nella dark song dal titolo "Praying Ground", le cui note di carillon si perdono in una notte desolata e sofferente. “Rolling Sky” è un pezzo molto Portishead style (francamente troppo lungo!). Il disco si chiude con la ballata "By My Side", a questo punto superflua.
Un'ora di musica dalle tinte melanconiche per un album piacevole ma dalle fasi alterne. Le troppe divagazioni stilistiche vanno a discapito di una certa omogeneità di progetto ed onestà intellettuale: vi sono alcuni momenti molto intensi che potrebbero far gridare al capolavoro a cui si susseguono altri abbastanza prevedibili e ben confezionati da esperti mestieranti. Cosa che accade spesso quando ci sono troppi galli a cantare. Proprio come nel caso di “Broken”.
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