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Non pensavo che i Flaming Lips avessero ancora la forza di reinventarsi dopo il successo di critica e commerciale iniziato da “The Soft Bulletin” in poi. Con “Embryonic” la band di Oklahoma City ha realizzato quello che forse è l’album più “difficile” ed audace della loro lunga e gloriosa carriera. In controtendenza alle recenti tendenze più mainstream manifestate in lavori come “Yoshimi Vs. The Pink Robots" (2002) e "At War With The Mystics" (2006), “Embryonic" è un doppio CD che dura ben settanta minuti ed annovera al proprio interno diciotto nuove composizioni lisergiche, acide, tese ed ipnotiche.
La struttura, apparentemente priva di un ordine logico, ricorda per audacia certe opere di autori del calibro di Gong, Pink Floyd, Twink e Soft Machine a cavallo del periodo aureo del rock (quello compreso, per intenderci, tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta). Tutto questo mette in risalto la coerenza, il coraggio e l’indole anticonvenzionale di questa band che, proprio come i contemporanei Radiohead, pur non avendo più nulla da dimostrare, si rimette in gioco con un’opera complessa e, per certi versi, destabilizzante, prendendosi rischi a livello commerciale non indifferenti se pensiamo al contesto mordi e fuggi che caratterizza l'attuale scenario musicale internazionale. Il diluvio di proposte disponibile oggi sul mercato, acuite dalle nuove tecnologie (singoli brani e compilation da scaricare sull’I-Pod o su lettori MP3) porta l’ascoltatore, più o meno inconsciamente, verso ascolti fugaci e superficiali senza l’opportunità di approfondire e, soprattutto, di concepire un disco come un’opera completa. In questa desolante realtà non può che avere vita dura un lavoro così poco user friendly come "Embryonic", che, invece, pretende ascolti attenti e ripetuti. Questo disco è una summa di tutto ciò che la band di Wayne Coyne è capace di produrre: psichedelia con incursioni hard-rock, noise-pop con arrangiamenti lo-fi, cavalcate elettriche kraut con scintille di space-rock. L’eccessiva lunghezza di questi 13 brani senza arrangiamenti di rilievo in cui predominano trip lisergici, bassi ossessivi e batteria fracassona possono renderlo musicalmente caotico ed a tratti frammentario. "Molti brani li abbiamo iniziati a casa di Steven (Drozd), suonando live come se fossero delle jam session. Poi abbiamo preso cinque minuti di ogni jam, le abbiamo messe nel computer e vi abbiamo jammato sopra ancora. Sono usciti fuori suoni e strutture strane, e' come si ci fossimo autodistrutti e destrutturati per far uscire un'inedita parte di noi” (Wayne Coyne). In un contesto così complesso, è logico che convivano sotto lo stesso tetto pezzi brillanti, riusciti e altri meno efficaci e ridondanti. “Convinced Of The Hex” ha in sè tutta l’ossessione di Ian Curtis mentre “I Can Be A Frog” è forse l’unico brano ad avere una forma canzone, la cui atmosfera surreale è enfatizzata dai gridolini prestati via telefono da Karen O dei Yeah Yeah Yeahs. La languida “Gemini Syringes” è a metà strada tra Syd Barrett ed “Us And Them” mentre la melanconica “Evil” è un brano dalle tinte lisergiche dove il canto lento e disperato di un pianoforte si perde tra effetti, rumori e drone elettronici come facesse parte di in un b-movie. Inutili sono, a mio avviso, tracce come “Aquarius Sabotage”, “The Impulse”, “Scorpio Sword”, “Virgo Self-Esteem Broadcast” che potrebbero, più che altro, funzionare come bonus tracks per i fans più acerrimi.
Nonostante alcuni cali di tensione dovuti all’eccessiva lunghezza, il disco è colmo di gemme e di brillanti intuizioni. Il sound predominante è quello lo-fi fatto di ritmiche ossessive, chitarre allucinate, noise di ogni sorta e loop di un piano Rhodes su cui vibra tenue il canto fragilissimo ed estatico di Coyne. Alla fine, rimane tra fra i dischi più originali ascoltati nel 2009. Tanto di cappello alla coraggiosa scelta. Da consumare senza moderazione alcuna, non ci sono controindicazioni nè effetti indesiderati.
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