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Nuovo album degli Yo La Tengo che ci presentano, dopo ben 25 anni di onorata carriera, un lavoro eclettico ma con diversi brani di ottima fattura. Un disco che vuole rivolgersi a diverse tipologie di pubblico senza sentirsi legato forzatamente alla persecuzione di uno stile e senza, peraltro, scendere a compromessi con il mainstream. Insieme a Sonic Youth, Pixies e Dinosaur Jr, i Yo La Tengo sono tra i gruppi fondatori del genere indie rock americano ed hanno raggiunto il loro vertice creativo con “I Can Hear The Heart Beating As One”, pubblicato del 1997, un vero e proprio must per tutti gli appassionati di musica rock. La band dei coniugi Kaplan ha saputo esplorare, come forse nessun'altra, i mille volti del rock alternativo statunitense coniugando tradizione e sperimentazione, quiete e rumore, in formule sonore accessibili ed in uno stile "colto ma onesto". Il titolo, “Popular Songs”, non è per nulla casuale. Il disco è una rivisitazione degli ultimi cinquant’anni della musica popolare americana: pop, soul, funk, garage, easy listening. E’ come se salissimo su una macchina del tempo ed andassimo a ritroso nel tempo scorrendo in queste dodici tracce tutta una carrellata di personaggi che dai Magnetic Fields arrivano fino a Lou Reed. Si inizia con la rarefazione psichedelica di “Here To Fall”, splendida nei suoi arrangiamenti di archi e nelle sonorita fuzz di una chitarra narcotica per proseguire con “Avalone Or Someone Very Similar”, un brano che sembra rifarsi alla tradizione più colta della musica pop a stelle e strisce che sembra direttamente uscito da “69 Love Songs” dei Magnetic Fields. La dolcezza viene di colpo stemperata con “By Two’s”, dove il battito cardiaco di un basso ipnotico ci trasporta (rapiti da tanta meraviglia) verso atmosfere cupe e crepuscolari. Come inizio niente male d’avvero! Si sale di intensità con “Nothing To Hide”, brano un po’ manierista e scontato che sembra uscire direttamente dalla raccolta “What’s Up Matador”. Si prosegue sulla stessa falsariga con le atmosfere lounge-beat di “Periodically Triple Or Double” e con i ritmi Motown di “If It’s True”, il cui intro scopiazza quello di “Can’t Help Myself” dei Four Tops. Un passo indietro. Il viaggio riprende con la delicatissima “I’m On My Way” che guarda dritta ai Belle and Sebastian, mentre "When It’s Dark" è una deliziosa ballata acustica con la voce di Georgia Hubley sempre più suadente. I quasi dieci minuti di mantra ipnotico di “More Stars Than There Are In Heaven” inaugurano la seconda parte del disco, molto più in linea con le atmosfere indie rock anni novanta. “The Fireside” (undici minuti circa) è una lunghissima meditazione eterea e rarefatta che ci proietta verso paesaggi indefiniti. In chiusura arrivano i quasi sedici minuti di “And The Glitter Is Gone”, cavalcata elettrica di puro noise, un loro marchio di fabbrica.
Nel complesso un buon lavoro anche se non in linea con le loro produzioni migliori. Qualche calo di tensione dovuto, a mio avviso, alla ricerca di assemblare, in un solo disco, generi tra loro così diversi ed eterogenei. Delirio di onnipotenza? No, direi piuttosto auto-consapevolezza di chi sente di aver raggiunto la propria maturità e si vuol fermare, per un attimo, a guardare dall’alto gli orizzonti di nuove tendenze ed i tramonti di tempi andati per sempre.
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