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“Natale che vai disco che trovi...“ potrebbe non essere però del tutto opportuno per questo esperimento (uno dei tanti) di Sting in effetti. Non aspettatevi un disco da ascoltare la vigilia di Natale mentre mettete il bambinello Gesù nella grotta, mentre addobbate la casa tipo commedia americana o mentre giocate a tombola, perché questo lavoro ha poco a che fare con tutto questo o almeno lo ricopre solo in parte.
If On A Winter’s Night... (citazione probabilmente ispirata dal libro di Italo Calvino Se una notte di inverno un viaggiatore) sostanzialmente pone le sue radici in ben altre terre e vuole - pretende - essere molto ma molto di più di un semplice disco “natalizio” tutto festa e pacchetti da scartare... Qualcosa di molto più profondo ed elaborato, genere di impresa alla quale Sting non è certo nuovo. E’ un concept album basato sull’inverno e su i suoi misteri, stagione da sempre musa ispiratrice, il cui fascino si è impresso nella mente del cantante sin da piccolo, quando nella sua Newcastle dove è nato, la mattina presto andava a consegnare il latte col papà e solo il paesaggio innevato riusciva a stendere quel telo festaiolo e suggestivo su una città resa cupa dall’incalzante industrializzazione. Il Natale viene così, in realtà, solo incrociato lungo un tragitto fatto di una vera e propria immersione nell’immaginario personale di Sting e del suo inverno, stagione del letargo, del calore vicino ai camini ma anche della solitudine, dei temporali, dei fantasmi, delle paure, delle angosce: “volevo dare un’immagine inconsueta dell’inverno: buio, spettrale, misterioso...” Al contrario di quello che gli aveva originariamente richiesto la casa discografica (“il disco di Natale per eccellenza”), Sting come sempre ha fatto di testa sua e tiene a precisare che il Natale è di tutti: perché parlare sempre della festa, dello stare insieme? Troppo facile, troppo banale per lui. Forse ci si dimentica di chi il Natale lo vive nella solitudine, dell’”oltre”. Ecco, è su questo che il cantante inglese gioca, sullo sdoppiamento delle cose, sulle sfaccettature del Natale poco considerate che mai nessuno prima d’ora ha osato esplorare, portando così a termine un disco molto particolare, studiato e curato che comincia a raccontarsi da se: ...se in una notte d’inverno... Registrato nella dimora italiana di Sting, a soli 30 km da Firenze, il lavoro si è svolto nella giusta ambientazione e nell’immersione delle cose trattate, così come il cantante stesso voleva, in modo che tutto venisse espresso da come sentito e nel più vero e spontaneo modo possibile. Alle collaborazioni troviamo numerosi musicisti del calibro di Kathryn Tickell, Julian Sutton, Daniel Hope (solo per citarne alcuni), che formano una vera e propria orchestra e danno quella musicalità avvolgente, calda e intima che chiudendosi a cerchio va a creare ambientazioni cupe, silenziose e raccolte. Suoni celtici e radici musicali antiche e multietniche giungono e si creano, approdano ognuna con le sue piccole caratteristiche e si fondono l’una con l’altra: cornamuse scozzesi, violini, armoniche e paesaggi lontani quali paesi baschi, Germania e Irlanda apportano così i loro suoni e le loro tradizioni. Voce rauca e bassa quella di Sting che ondeggia tra le note in ben 15 (17 in realtà se considerate le bonus track Bethlehem Down e Blake’s Cradle Song contenute nella versione Cd+Dvd) brani totali, accompagnata da un lontano e nascosto coro (Christmas At Sea) fra classici un po' più leggeri (“il lato chiaro”) ma mai scontati come quello di apertura Gabriel's Message originaria del 1300, ma capace anche di incalzare e che batte a tempo in Soul Cake (bellissime chitarre e violini a timbro folk, sicuramente la più orecchiabile del disco), che si spoglia e completamente nuda narra in pezzi come The Snow It Melts The Soonest e in altre, quelle che toccano il più nascosto, quello che c’è alle radici dell’inverno, del Natale e della sua tradizione come The Cherry Tree o con pezzi più riflessivi, quasi inquietanti e oseremo dire coraggiosi (“il lato scuro”), come quella di sua composizione Lullaby For Anxious Child, una ninnananna che parla di un mondo oscuro al di là della culla.
Un omaggio alla sua terra, alle sue origini così come le ha vissute. Un disco impeccabile per il package (bellissima la copertina insieme alle altre foto curate da Tony Molina), tra classicità e tradizione ma che si trasforma nell’originale e nel contemporaneo (esempio ne è l’assolo di sax che chiude The Burning Babe), che viaggia nel passato e nel presente, tra pacificità e lati oscuri da esplorare, tra la tradizione musicale del cantante e quella interiore. Apprezzato di più e meno deludente se lette prima le avvertenze, ma indipendentemente affascinante come una lunga storia da raccontare.
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