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Ottima prova della band capitanata da Peter Silberman, il cui Hospice è destinato a candidarsi come uno dei dischi più interessanti del 2009. E’ il disco della consacrazione di una band di cui quasi nessuno sapeva, solo sei mesi fa, della loro esistenza dopo i primi due lavori intitolati, rispettivamente, “Uprooted” ed “In The Attic Of The Universe”, passati completamente inosservati da parte di critica e di pubblico. Questo concept-album sul dolore, infatti, è stato realizzato dalla band lo scorso marzo e, grazie all’insistente passaparola on-line ed al successo nei blog di settore, è stato pubblicato successivamente dalla label Frenchkiss.
La storia di Hospice è molto singolare. Nato inizialmente come un progetto casalingo one-man-band di Silberman che dovesse servire, più che altro, come terapia per uscire dal suo profondo stato di depressione e di isolamento sociale, il prodotto finale è diventato il lavoro corale di una vera e propria band, gli Antlers, grazie all’apporto decisivo fornito da parte del batterista Michael Lerner e del polistrumentista Darby Cicci. L’album risulta estremamente emozionante, sia a livello musicale che di liriche. Nel primo caso assistiamo ad un fine lavoro di amalgama di atmosfere cupe e crepuscolari sospese tra dream pop, shoegaze anni Ottanta e post-rock dei Novanta con riferimenti, più o meno marcati, ad artisti come Godspeed You! Black Emperor, Belle And Sebastian e Sigur Rós. Tutto questo è impreziosito da una superba produzione che ha saputo fondere assieme la grezza claustrofobia lo-fi-folk alle aperture post-rock di “Loveless” dei My Bloody Valentine (il sound delle chitarre elettriche e la batteria ricca di riverbero suonata sullo sfondo) riuscendo a dare all’opera una maggiore intensità. Le tematiche trattate sono quelle della malattia e della morte. “I've been living in bed, I've been hiding my voice and my face”, ci sussurra all’orecchio Peter Silberman in “Atrophy”, la cui voce sofferta e diretta si erge a fatica tra echi, rumori claustrofobici e battiti cardiaci, quasi cantasse dall’interno di un ospedale. Il disco alterna atmosfere tirate e sofferte come, ad esempio, le prime tre tracce del disco, “Prologue”, “Kettering” (brano che parla del difficile rapporto tra il malato e chi lo assiste al capezzale) e “Sylvia” ad altri momenti più intimi, “Bear” e “Two”, in cui viene rispettata una forma-canzone più canonica. Il brano di chiusura, la splendida “Epilogue”, è da antologia: il cantato sofferto in falsetto alla Jeff Buckley lascia il posto ad un melanconico arpeggio di un piano elettrico che ci colpisce direttamente al cuore.
Hospice è un gioiellino intarsiato di dolore e malinconia destinato a lasciare il segno, dal primo all’ultimo secondo, per una band che si candida a divenire una splendida realtà del panorama indipendente internazionale.
“Now that I've realized how it's all gone wrong Got to find some therapy, this treatment takes too long Deep in the heart of where sympathy held sway Got to find my destiny before it gets too late” (Ian Curtis – 24 Hours)
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