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Quando si mettono in squadra personaggi come Conor Oberst e Mike Mogis (Bright Eyes), M.Ward e Jim James (My Morning Jacket), diventa inevitabile utilizzare la definizione di ‘supergruppo’. Ed è forse proprio quello che vogliono suggerire i ‘fantastici quattro’ della scena indie/pop/folk americana con il nome ironicamente pomposo Monsters Of Folk. Il viaggio che ha portato alla nascita della band è cominciato nel 2004, con le esibizioni live collettive ed un tour dal titolo “An evening with Bright Eyes, Jim James e M.Ward”, arricchendosi infine dell'esperienza di Mike Mogis, braccio destro di Oberst, che aveva già sperimetato un nuovo progetto indie folk con i Lullaby for the Working Class. “Monsters Of Folk”, l'omonimo album di debutto, si potrebbe a sua volta definire 'super'. Le quattro personalità musicali si uniscono in una collaborazione creativa, sforzandosi di fondere le proprie individualità tra guitar folk e songwriting, scambiando ruoli e strumenti, ed il risultato non poteva che essere un suono tipicamente Americana, ammiccante ai classici del folk e del pop anni '60. Non a caso i quattro 'mostri del folk' sono stati paragonati agli epici Traveling Wilburys e Crosby, Stills, Nash & Young, importanti protagonisti del folk-rock, pervaso da toni psichedelici in perfetto stile Woodstock. Parallelo che risulta appropriato ascoltando in particolare l'ultima track del disco, “His Master's Voice”, brano che oscilla tra l'acoustic e il soft-psychedelic. Ma partiamo dalla prima traccia: “Dear God (Sincerly M.O.F)” apre il disco con sonorità imprevedibilmente black/soul, ad anticipazione delle atmosfere lente e rilassate che caratterizzano molti pezzi dell'album. Subito dopo parte la più movimentata “Say Please”, canzone particolarmente rappresentativa della band, in cui la fresca voce di Conor Oberst si sposa con chitarre vivaci e arrangiamenti melodici, prodotto ben riuscito del lavoro congiunto dei quattro. Non in tutte le canzoni si raggiunge l'armonia perfetta, ma il disco scorre piacevolmente tra brani spumeggianti e dinamici, ed atmosfere più chill. Nei briosi riff di chitarra e nelle melodie di “Whole Lotta Losin'”, “The Right Place”, “Baby Boomer”, “Goodway” si riconosce più marcatamente l'impronta di My Morning Jacket e M.Ward. Il nostalgico motivo di “Ahead Of The Curve” interpreta emblematicamente il moderno pop-folk e conquista al primo ascolto. E poi ci sono le note tenui e i ritmi lenti e rilassanti di “Slow Down Jo”, e la notevole “Sandman, The Brakeman And Me”, con cori e chitarre folk di stampo classico. Anche Conor Oberst fa bene la sua parte, in alcuni pezzi degni di nota, come “Map Of The World”, in cui riemergono in grande stile le sue doti di songwriter dai tempi del successo di Bright Eyes con “I'm Wide Awake, It's Morning”, dando vita a un pezzo ritmato e trascinante che richiama anche qui le sonorità folk vecchio stile. Meno brillante ma comunque considerevole la movimentata ballata country “Man Named Truth”.
I Monsters Of Folk, muovendosi tra folk tradizionale e pop/rock anni '60, sembrano intenzionati a diventare i nuovi promotori della musica americana classica, rispolverando e dando nuova vita ad intramontabili tòpoi.
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