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“It’s the farthest place I’ve ever been, it’s a new frontier for me”. Così si apre “Small Metal Gods” la prima traccia di "Manafon", che potrebbe, giustamente, essere considerato come il big bang artistico di David Sylvian. Il disco si presenta in un bellissimo digipack grazie al superbo lavoro artistico di Ruud Van Empel. “È tempo di muoversi verso nuove mete. La mia storia musicale è importante ma non voglio rimanerne intrappolato”, dice l’artista inglese che ha iniziato la sua gloriosa carriera alla fine degli Anni Settanta. Con “Quiet Life” ha ispirato il movimento New Romantic. Prima con i Japan e successivamente in splendida solitudine, ha percorso i sentieri della New Wave, dell’ambient, del pop raffinato e dell’elettronica plasmandoli alla sua visione minimale delle cose.
Registrato nel corso di tre anni fra Vienna, Tokyo, Londra, “Manafon” riprende il percorso musicale a base di minimalismo e di destrutturazione della melodia iniziato nel 2003 con “Blemish” e proseguito con l’estemporanea esperienza targata Nine Horses. Lo fa grazie anche all’apporto di alcuni personaggi dell’avanguardia mondiale come Christian Fennesz (che arriva a co-firmare ben otto dei nove pezzi in scaletta), Evan Parker, Sachiko M, Keith Rowe per citare alcuni tra i più importanti protagonisti dell’improvvisazione elettroacustica degli ultimi anni. In questo nuovo lavoro Sylvian dice addio per sempre alla sua figura di elegante e raffinato dandy del rock. Il suo look da glam intellettualoide è una cartolina ingiallita dallo scorrere inesorabile di due lustri. I segreti dell'alveare, della terra e di alberi brillanti sono un vago ricordo ed hanno lasciato lo spazio ad un paesaggio lunare fatto di suoni sotterranei, strumenti acustici, micro elettronica, scricchiolii, fruscii su cui si leva algida ed apatica la voce del protagonista, sempre più protagonista, sempre più uno strumento a parte che impernia i brani di un pathos decadente ed austero. L'evoluzione senza schemi è l’elemento innovativo di "Manafon". In questo Sylvian si spinge verso posizioni ben più radicali dei suoi illustri predecessori come il Bowie berlinese, Brian Eno e Robert Fripp. La nuova struttura sonora, pur mantenendo la caratteristica dell’essenzialità e della ricercatezza propria della musica ambient, si arricchisce ulteriormente di forti richiami al free-jazz e, soprattutto, all'avanguardia piuttosto che al rock sperimentale. La forma-canzone non è neanche presa in considerazione. Il dandy di Lewisham, quasi a manifestare appieno il distacco di chi si sente estraneo alla realtà odierna farcita di majors in quanto già proteso al futuro, è tutto intento ad improvvisare, cucire e tagliare interi brani, snaturandoli fino a destrutturarli completamente. L’obiettivo finale è la ricerca di un suono indefinibile che spazia tra i silenzi, fruscii, arcate, corde di chitarra acustica e qualche scarna nota di sax su cui svetta l’etereo vibrato della sua voce e della sua poesia. La struttura atonale dei brani fa sì che, mentre si ascolta il disco, si venga inconsapevolmente trasportati all’interno della seduta di registrazione. Non possiamo permetterci di distrarci o di andarcene perché, così facendo, il brano potrebbe non funzionare allo stesso modo. "Manafon" richiede attenzione, pazienza e naturalmente disponibilità. Da non sciupare certo con un ascolto distratto. "E’ una specie assolutamente moderna di musica da camera" come la definisce l’ex Japan, "intima, dinamica, emotiva, democratica, frugale."
Solipsistico autocompiacimento? No, è solo il prezzo da pagare alla costante ricerca di un artista che vuole rimanere integro, senza abbassarsi mai a “progetti" “Let's Dance”. «Il pop è ripetizione. Se andassi sempre nella stessa direzione impazzirei; mi sento come un albero che deve cambiare le foglie, la mia strada è la sperimentazione, qualcosa di minimale ma al tempo stesso sostanzioso. Ciò che faccio oggi è rinunciare a un grosso pranzo per fare un ottimo breakfast»”. E noi tutti gliene saremo per sempre grati.
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