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Siamo ormai agli sgoccioli di un anno ricco di grandi ritorni e questo dulcis in fundo è decisamente degno di essere chiamato tale. Reality Killed The Video Star ... eh ... il ragazzo è cresciuto! Titolo pungente in pieno stile Robbie Williams, va a solleticare la curiosità sul prodotto stesso visto la sua attualità, originale e bella mossa di marketing che però non ha niente a che vedere con il contenuto che va senza dubbio a soddisfare le aspettative.
Non un facile ritorno quello di Robbie Williams dopo l’ultimo suo lavoro Rudebox non andato poi molto bene e i problemi di droga. Rieccolo qui in stile un po' vecchio stampo e più british, ispirandosi vagamente a qualche vecchia colonna del pop anglosassone. Ci ha lavorato su tre anni ma è voluto tornare con una veste davvero più matura e un ottimo lavoro. Se le sue dichiarazioni sugli alieni e i fantasmi che gli infestavano la casa portano questi risultati... bè, ben vengano! Di certo non è definibile un concept album, anzi è esattamente il contrario! Con l’ondata e il ritorno in voga degli 80’s che ricoprono una buona fetta della produzione discografica degli ultimi quattro anni, anche Robbie Williams vuole metterci del suo e rincara addirittura la dose: salta da una parte all’altra, da un decennio all’altro nella track list. Se lo si ascolta bene infatti, nell’album sono notabili le caratteristiche appartenenti a decenni passati con pezzi che ne vogliono celebrare apertamente i rispettivi sound. Non è necessaria invece, particolare attenzione per venirne catturati sin dal primo ascolto grazie al catalogo di generi e di alti (parecchi) e bassi (pochi) sia dal punto di vista qualitativo che musicale del quale è composto; non risulta affatto noioso e mantiene l’ascoltatore incollato alle casse. Un esperimento nuovo quindi per la carriera di Robbie, nel quale esce davvero bene, soprattutto nella Last Days Of Disco: perfette sonorità ed echi anni ’80, ma di quelli affascinanti, con voce sensuale e trattata in studio piuttosto che gridolini in falsetto, o come la anche più bella Starstruck, pezzo pop-dance alla George Michael come lo stesso Robbie ha voluto definirlo, divertente ed originale lo ritroviamo in Do You Mind (e questi potrebbero essere i 90’s), che lascia però un po' di amaro in bocca con quella troppo breve chitarra elettrica sul finale che, fortunatamente si rifà poi con Won’t Do That. Le prime tracce invece sono più improntate sul tepore di pezzi come Morning Sun (ripresa nel finale), Deceptacon, di impronta certo più rilassante e sofisticata con il suo bellissimo finale acustico e di You Know Me, con i suoi retro cori inconfondibilmente di presa 70’s, prevedibile come prossimo singolo è anche la prima della track list che, con il pianoforte in rilievo lancia l’accuratezza dei suoni dell’intero album; vero manifesto di questo però è la successiva Blasphemy, con archi, flauti e il suo sollevarsi in alto sul finale con un stridolio di violino.
Insomma un Robbie Williams più consapevole di quello che gli esce meglio e in versione (musicalmente parlando) decisamente più gentleman... Ma chi poteva resistere al Robbie di Bodies? (ed eccoli gli anni 2000). Versione bastardo e super figo, quello che ripudia le vesti da bravo ragazzo, che si arrabbia e ti dice in faccia quello che pensa con quel “...what do you want...?” o quel “...hope that someone can take it...” a denti stretti e irresistibilmente made in UK? Infatti non poteva che essere il primo singolo e il lancio del disco del quale rimane l’indiscusso protagonista. Da sottolineare sicuramente in grassetto nel curriculum dell’ex Take That che, dopo aver sperimentato un po' si accinge a scalare la vetta dei grandi del pop. Ben tornato!
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