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Shelley Short
A Cave, A Canoo
2009
Hush Records
di Sara Bracco
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Percorsi lo-fi che e sequenze folk per ”A Cave, a Canoo”, lei è Shelley Short, un’autoproduzione, due album alle spalle e una familiarità verso i circuiti più sensibili che sfociano negli scenari per acustica di queste dieci introspettive ballate. La natura è di facile appiglio, voce e melodie introdotte da sperimentazioni per strumenti e registrazioni (steel guitar, basso, chitarra elettrica e accordeon) ma c’è qualcosa di più che va oltre la forma, quella semplice che conferma l’ispirazione o intorno all’estetica che diventa questione, c’è quell’immancabile naturalezza con cui tutto scorre minuto dopo minuto, armonia, tecnica e sentimento. Nessuna corposità, la direzione compositiva è attraversata da un delicato minimalismo in strumentale fiorito intorno a quel leggero gocciolare di corde che da capo ”A Canoo” a coda tratteggia le superfici di un’ispirazione sempre autentica ”Familiar”. Una voce educata ma non troppo, espressiva e potente nonostante la sua delicatezza ”Tap The Old Bell”, a che raccontano di pensieri, recitano malinconie, disillusioni ed ossessioni ”Mockingbird” con il naso all’insù e i tasti in bianco e nero a girovagare lì intorno ”A Cave”. Intoccabili le poetiche di ”Interlude” per field-recording ed arpeggi che attecchiscono il tempo e mantengono la promessa di arrivare al fondo con qualcosa sempre di magico sotto il braccio. Fiabe incise sopra voce narrante per umori diluiti, omaggiati con polvere di stelle ed infine sospesi in brevi abbaglianti istantanee.
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19/12/2009 -
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