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Giusto per non perdere il vizio o forse perché per un artista strambo come lui pubblicare 16 dischi in un anno non è abbastanza (dieci dagli Archives, un nuovo album in studio, Potato Hole con Booker T. e le rimasterizzazioni dei primi quattro album solisti), ecco che Neil Young per non farci mancare proprio niente, neanche nel periodo natalizio, getta in pasto ai fans il dodicesimo volume della Archives Performance Series.
Sì, avete capito bene, si tratta proprio del dodicesimo episodio della serie di concerti che ripercorrono la carriera del canadese, e facente parte, in questo caso, del terzo volume degli Archives. Quando “ovviamente”, come certamente saprete, ancora l’uscita del secondo cofanetto è ben lontana dall’essere imminente. Tralasciando queste bizzarre singolarità, abbiamo di fronte a noi una sorta di compilation dei migliori brani tratti dalla serie di concerti acustici tenuti da Young negli Usa nel 1992. E’ lo stesso periodo in cui il songwriter realizzò la sua eccellente versione dell’Mtv Unplugged, ma nel caso di Dreamin’ Man non aspettatevi una tracklist piena di grandi riletture dei migliori classici del canadese, perché è un lavoro che pesca solo dal repertorio relativo all’album Harvest Moon. Pubblicato, appunto, nel ’92, Harvest Moon rappresentò l’ennesimo ritorno al country dopo le sferragliate elettriche dei Crazy Horse in Ragged Glory (1991) e l’effettivo seguito del quasi omonimo (e celebratissimo) capolavoro di vent’anni prima: Harvest. In realtà, nonostante i buoni propositi (la band di supporto, gli Stray Gators, è la stessa dello storico album), le vendite eccellenti, e l’ottimo periodo che Young attraversava in quel periodo, l’album - visto con il giusto distacco oggi – non fu propriamente riuscitissimo. I brani sono fiacchi e privi di qualsiasi spunto interessante. Forse solo “Harvest Moon”, “Natural Beauty” e “Dreamin’ Man” riescono ad elevarsi poco sopra la sufficienza. Mentre “You And Me”, un patetico tentativo di remake della gloriosa “Old Man”, è semplicemente imbarazzante. P(i)attume totale, insomma.
L’album live, con le sue grezze e scarne esecuzioni acustiche, non fa altro che sottolineare questa debolezza compositiva. Se un vecchio detto diceva che non si poteva spremere il sangue da una rapa, traslandone il significato, non basta certo aver rimescolato l’ordine delle tracce rispetto all’album originale o avere un Neil Young in, discreta, forma per ottenere un disco di qualità. In una parola: inutile.
Cosa conterranno esattamente i prossimi due volumi degli Archives, ancora, non ci è dato saperlo. Di certo si spera che le prossime uscite si riveleranno essere più soddisfacenti di questo onesto, ma superfluo, album live. Anche perché, perlomeno, è lecito attendersi qualche chicca in più, senza ridurre il tutto ad un gioco per filologi castrati (quantomeno avesse pubblicato un concerto intero!), visto che in questo caso c’è da rimanere con la bocca, decisamente, asciutta.
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