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”Brother’s Blood” è il nuovo, e quinto disco, di Kevin Devine che sin dalle prime note sembra riportarci direttamente nelle atmosfere tanto care a Simon and Garfunkel, “All Of Everyting Erased”. La maturità, raggiunta attraverso una spaventosa serie di date (si vocifera di oltre seicento date fra il 2006 e il 2008) a fianco di musicisti di varie estrazioni, affiora prepotente dalle nuove composizioni. Kevin è un musicista poliedrico che ama toccare vari generi, sporcandoli con contaminazioni. I suoi brani colpiscono direttamente i centri nervosi, con pennellate psichedeliche, penetrando le difese delle mente con una facilità imbarazzante, “Carnival”. Accanto a lui la rodata Goddam Band (composta da Russell Smith e Mike Strandberg alle chitarre, Chris Bracco al basso, Mike Skinner alla batteria e Brian Bonz su tastiere e percussioni ) opera forte e sicura dei propri mezzi. Testi introspettivi, analisi sociale e opinioni politiche ben radicate fanno il resto. Kevin spazia fra i generi mostrando una raggiunta maturità stilistica ancorata al songwriting efficace. Invidiabile la sua capacità di scorrere veloce, i brani non sono appesantiti da orpelli, scivolano via snelli e decisi. Si potrebbe chiaramente accostarlo a Elliot Smith ma, personalmente, credo che le sue radici affondino principalmente in un folk di stampo seventies. Durante l’ascolto appaiono più volte echi beatlesiani, in “Hand Fo God”. Ma ciò che colpisce in modo disarmante è la title track “Brother’s Blood” che, a quota cinque, segna la rete della vittoria definitiva. Il brano in questione è un diamante assoluto, di pura matrice psichedelica, che catapulta Kevin fra i migliori cantautori di questo decennio. La melodia, e le atmosfere cosi cariche di elettricità esplosiva, mi ricorda “Some Misunderstanding” brano finito nell’ultimo disco dei Soulsavers. Urla Kevin, si contorce e sente il “sangue” in ogni pennata delle chitarre graffianti. Poi ci pensa il mood latino, e sensuale, di “Fever Moon” a curare l’animo, chitarre acustiche, spazzole sulle pelli e voce suadente fanno il resto. Devine si prende una pausa acustica, e intimista, in “It’s Only Your Live”, forse meno riuscita dei precedenti centri, ma sempre intensa. Inutile descrivere ogni brano, questo disco deve essere ascoltato con le proprie orecchie e spedito urgentemente per le vie del cuore, di quello di ognuno di voi.
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