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Di primo acchito sia la copertina che il nome dell’artista danno da pensare che ci sia lo zampino di Madonna, ma è bene mettere in chiaro fin da subito che con la Ciccone e i suoi tour de force danzerecci, Fever Ray non ha nulla a che spartire. Lei, per chi già non lo sapesse, è la bionda svedese di Stoccolma Karin Dreijer Andersson, sorella di Olof Dreijer con il quale condivide la leadership del superacclamato duo The Knife, una delle più vitali realtà elettroniche degli ultimi anni soprattutto sulla base del trionfale “Silent Shout”, album che nel 2007 si è imposto come uno dei moderni classici del genere. Quest’anno, a poco tempo di distanza da una maternità, la Dreijer ha deciso di rimettersi in gioco, per la prima volta in solitario. Ha scelto il nome d’arte di Fever Ray e si è dedicata anima e corpo alla creazione dei 10 brani che ritroviamo su quest’album. In teoria dovrebbe essere il consueto progetto collaterale a cui non dare troppa importanza, ma in realtà la riuscita di “Fever Ray” va ben aldilà delle più rosee attese, rivelandosi ascolto dopo ascolto come uno dei massimi campioni di questo 2009.
Limate le soluzioni più ardimentose tipiche dei Knife, la Dreijer solista vira infatti verso un formato più pop. Sia chiaro: è ancora un disco dal suono inconfondibilmente “The Knife”, caratterizzato dai consueti climi sottozero da inverno scandinavo, dalle voci trattate e a tratti disumane, e da un senso di ansia e di oppressione che avviluppa un po’ tutte le composizioni. Insomma, gli ingredienti di base sono gli stessi, ma cambia il dosaggio ed è quello che fa la differenza. In meglio, a mio parere. Aleggia su molti di questi brani (vedi le folgoranti melodie scolpite nel ghiaccio di “Seven”, “When I Grow Up” e “Triangle Walks”) lo spirito di un certo synth-pop britannico degli Anni Ottanta, quello per intenderci dei Normal di Daniel Miller, di The The e perfino degli Ultravox (di entrambe le fasi: sia di quella di John Foxx che di quella a guida Midge Ure). E sempre dal medesimo decennio, la Dreijer recupera l’esperienza dark, quella lasciataci in eredità prima dai Cure e in seguito da Cocteau Twins e Dead Can Dance. Per altri versi invece, “Fever Ray” è il capolavoro che Bjork, pur avendolo sfiorato, non è ancora riuscita a consegnarci: ricordano l’artista islandese l’uso della voce con accenni di isteria e il drumming sintetico secco e spietato. E ancora: l’accento Nordic-English della Dreijer - così simile a quello di Bjork - e le liriche, tipicamente naif eppure molto efficaci nell’accentuare il senso di dislocazione di per sé già espresso perfettamente dalla musica. Ne risulta una parata di brani intoccabili quali - oltre ai tre già citati, meritevoli di andare in heavy rotation in qualsiasi radio del globo terracqueo - “If I Had A Heart”, “Dry And Dusty”, “Keep The Streets Empty For Me”, e il tormentoso, immaginifico cyber-blues da neo-mamma “Concrete Walls”, dal testo in cui la Dreijer esprime la condizione di isolamento causata dal doversi prendere cura di una nuova creatura. Essenziali – sul piano delle atmosfere, se non del potenziale pop – anche le algide “Now’s The Only Time I Know” e “Coconut” mentre funziona meno “I’m Not Done”, unico episodio che possa essere designato con l’epiteto di “riempitivo”.
Non capita spesso di poter gridare all’opera d’arte, ma in questo caso si può, anzi si deve. “Fever Ray” è la perfetta colonna sonora per l’attuale gelido Natale, ma non solo: di questo inatteso exploit di Karin Dreijer Andersson, non ho dubbi al riguardo, si continuerà a parlare per un bel po', anche quando rimetteremo nell’armadio le maglie della salute e le margherite torneranno a fiorire sui prati.
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