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Li avevo ascoltati ed ammirati per la prima volta, quasi per una strana coincidenza, lo scorso agosto al Noorderzon Festival di Groningen, in Olanda, dove mi trovavo in vacanza. Sembra un controsenso aver rimandato fino ad oggi la recensione di uno dei gruppi che più mi hanno colpito in questo 2009 ma forse sarà proprio perché volevo chiudere l’anno con la perla più luminosa.
The Mummers sono una band originaria di Brighton, un progetto nato per volontà di Raissa Khan-Panni. Lei è una sorta di Amelie dei nostri tempi con origini cinesi, messicane, russe ed inglesi (come inizio niente male davvero!). L’accesso ad una certa notorietà passa attraverso una vita romanzesca. Dopo aver preso giovanissima lezioni di oboe ed essersi avvicinata verso la musica classica, Raissa scopre la sua voce per caso, a sedici anni, tramite un incontro casuale con un suonatore ambulante. La sua vita live inizia così dalle parti di Leicester Square per poi girovagare in tutto il mondo. Si trasferisce negli anni novanta nella scena trip–pop di Bristol per terminare gli studi musicali dove, invece che essere sedotta dalla club culture, inizia piuttosto a pensare a Doris Day. Agli albori del 2000 tenta la carriera da solista e viene messa sotto contratto dalla Polydor con cui pubblica diversi dischi. Nonostante gli attestati di stima da parte della critica, ha scarso successo di vendite e rimarrà senza contratto. Ripartirà da zero, senza perdersi d’animo, ma con un progetto musicale in testa ben definito. Tramite il suo chitarrista degli esordi, Paul Sandrone, entra in contatto con l’arrangiatore di soundtrack Mark Horwood che diventerà il suo pigmalione. Le prove generali saranno una superba interpretazione di una cover di Nick Drake dal titolo “River Man” nel 2005. Da allora tutto il suo talento e la sue energie saranno focalizzate in un nuovo progetto intitolato, appunto, The Mummers. Dopo un primo EP, nel 2009, a trentadue anni, pubblicherà il primo disco intitolato “Tale To Tell”. Molti dei brani inclusi nel disco sono stati scritti qualche anno prima, durante un periodo di ristrettezze finanziarie, mentre faceva la cameriera in un ristorante di Brixton a Londra: “lavorare in un ristorante è stata un esperienza dura e noiosa alla quale io cercavo di evadere sognando il mio mondo fiabesco”.
Scritto e registrato nel Threehouse Studio, “Tale To Tell” è un disco incentrato sulla bellissima voce di Raissa Khan-Panni e sugli arrangiamenti orchestrali di Mark Horwood che in questo lavoro si avvale del supporto di venti musicisti. Ne scaturisce un lavoro coerente ed estremamente piacevole. Il disco ci sorprende per la sua ariosità dal sapore di zucchero che ci fa gradualmente sollevare da terra trasportandoci all’interno di un mondo fantastico e fiabesco. Sicuramente faranno felici coloro che hanno a cuore gente del calibro di Bjork, Rufus Wainwright e Goldfrapp. Il disco inizia con un trittico di rara potenza: “March Of The Dawn”, “Wake Me Up” ed, infine, “Wonderland” che inizia come un valzer e si sviluppa in una colonna sonora da film fantasy. Ognuno di questi brani potrebbe essere un singolo di successo e vivere di luce propria. Gli arrangiamenti orchestrali sono arricchiti con incredibile gusto e sensibilità da minimali elementi elettronici. Colpisce soprattutto la voce di Raissa che, per delicatezza ed interpretazione, sembra avere le ali di una fata e la scia di una cometa mentre vola a tempo di waltz tra i violini e gli ottoni. ”Lorca And The Orange Tree”, “Tale To Tell” e “See Alice” sconfinano decisamente nel territorio Pop - Björk, rendendo inevitabile un confronto da cui Raissa non esce di certo ridimensionata. “This is Heaven (Glow)” è semplicemente deliziosa. E’ come guardare il remake di Tim Burton di “Alice nel Paese delle Meraviglie” adagiati sul nostro divano in una giornata fredda invernale. Ma il cameo finale di questo meraviglioso disco è “Place For Us”. Così romantica e commovente che non si può fare a meno di ascoltarla ogni giorno ed ogni volta mi prende per mano e mi trasporta all’interno di cartoon di Walt Disney oppure in un musical del West End di Londra. La sensazione è proprio bella e ci si lascia volentieri ondeggiare all’interno di questo brano. Complimenti davvero e, soprattutto, in bocca al lupo.
“There’s a place for us somewhere besides where funny dreams and rest of nature lies”
P.S. Dedico questo articolo alla memoria di Mark Horwood purtroppo scomparso il 7 settembre 2009.
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