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Non facciamo in tempo neanche a compilare le classifiche di fine anno che, il 2009, prima di fare armi e bagagli e salutarci per sempre, ci regala, proprio in prossimità del gong, un’ultima piccola sorpresina. Annunciato molti mesi fa, e poi finito stranamente in ombra, sotto le feste di Natale ha visto finalmente la luce l’interessantissimo progetto di Beck, che firmando tutte le canzoni e la produzione, regala alla sua amica – attrice e cantante – francese Charlotte Gainsbourg questo IRM. Per l’artista francese più alla moda del momento (no, qualcuno dica a Carla Bruni che non è francese) è il terzo album in studio, dopo Love etc. del 1996 e soprattutto l’interessante 5,55 del 2006 realizzato in collaborazione con altri mostri sacri come Air, Jarvis Cocker e il produttore deus ex-machina Nigel Godrich.
Definire IRM potrebbe essere operazione più complessa di quello che appare a prima vista, e del resto quando si ha a che fare con dischi in cui c’è lo zampino (e qui è forte come non mai) di un artista tanto poliedrico come Beck c’è poco da sorprendersi. Quindi, se ascoltando le prime due tracce “Master Hand’s” e la title track l’impressione di avere davanti delle pallide outtakes di Modern Guilt e The Information è molto forte, basta pazientare molto poco per ricevere in rapida sequenza una scossa di brani ottimamente prodotti ed eseguiti. "Le Chat du Café des Artistes" e “In The End” richiamano, infatti, brillantemente le atmosfere intimistiche di Sea Change, e le classiche melodie disegnate da Beck trovano nuovo colore e dolcezza grazie alle delicate corde vocali della Gainsbourg. Notevole, come notevole è il singolo “Heaven Can Wait”, trascinante e saltellante mid-tempo nel quale Charlotte e Beck finalmente duettano con passione e divertimento, anche se il cantautore americano sembra cercare, giustamente, di non prendere il sopravvento per evitare di rendere questo album ancora più suo di quanto già non sia. I suoi, sono interventi mirati e necessari a dare solo maggiore spessore alle trame vocali, come dimostrano anche i cori in “Me And Jane Doe” e gli interventi nell’elettronica “Greenwich Mean Time”, divertente brano che sembra la seconda parte di “Timebomb”, singolo pubblicato sul web nel 2007. Escludendo il debole e banale blues di “Dandelion”, l’album procede su livelli medio-alti per tutta la sua durata, trovando i suoi capolavori proprio sul finale con il superbo intreccio ritmico tra chitarra acustica, percussioni ed interventi orchestrali di “Voyage”, un vero, onirico, viaggio musicale, e le atmosfere sospese di “La Collectionneuse” con l’avvolgente basso che richiama le pagine migliori degli Air.
Insomma, per Beck si tratta di un progetto nuovo ed interessante, mentre per la Gainsbourg la possibilità di mettere in mostra le proprie doti canore grazie a del materiale di prim’ordine e promosso a pieni voti. Ben vengano, dunque, operazioni del genere, in attesa che il quanto mai ispirato Beck (vedi le splendide operazioni verso i classici di Velvet Underground e Leonard Cohen) ci regali un nuovo album prima possibile.
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