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Dopo aver meritato pieni voti nelle riviste specializzate di mezzo mondo. Dopo gli innumerevoli attestati di stima ricevuti da gente come, tanto per citarne alcuni, MGMT e Julian Casablancas e la firma con la prestigiosa Sub Pop, i Beach House, duo americano formato da Victoria Legrand (voce ed organo) e Alex Scally (chitarre e tastiere), danno alle stampe il loro terzo album, Teen Dream. Il quale arriva nei nostri i-pod con sulle spalle il peso della responsabilità per una definitiva consacrazione o per una bocciatura quantomeno inattesa.
Le etichette, si sa, a volte non servono a niente; e riuscire a trovare una definizione di genere per un gruppo è spesso un riduttivo esercizio pseudo-intellettuale. Esistono le eccezioni, però. Nella vita come nella musica. E’ il caso dei Beach House e del dream pop, definizione quanto mai azzeccata per uno stile musicale come quello proposto dal duo in questione e l’esempio più calzante, per capire quanto andiamo dicendo, è facilmente rintracciabile nella prima metà di Teen Dream. “Zebra”, “Silver Soul”, “Norway”, “Walk In The Park”. Meritano di essere citate tutte insieme, come fossero un blocco granitico. Ma non immaginatele come una roccia grezza e dura, tutt’altro. Un sogno pop, quattro brani dalla bellezza incommensurabile che spingono verso pianeti lontani e verso orizzonti che solo nei mondi onirici possiamo sperare di accarezzare. Sogni della gioventù, sogni ‘impressionati’ su disco dai Beach House. Tangibili emozioni, costruite su melodie, strutture armoniche ed arrangiamenti dall’architettura fantasiosa e miracolosamente incastrati in un vortice sinestetico che eleva all’infinito l’insegnamento di Zombies e Brian Wilson. Per non parlare poi delle splendide interpretazioni vocali della Legrand che, dopo aver impreziosito con le sue armonie la celebrata “Two Weeks” dei Grizzly Bear, riesce ad incantare in ogni solco di Teen Dream. Ed è, perciò, con sommo dispiacere che, subito dopo l’anello di congiunzione rappresentato da “Used To Be” (singolo uscito nel 2008 e qui incluso), ci ritroviamo costretti a constatare un clamoroso calo di qualità nella seconda metà dell’album. Intendiamoci, si tratta pur sempre di brani che superano con agilità la sufficienza, ma ciò non può negare il senso di delusione che si prova nell’assistere a questo netto salto nel vuoto che cogliamo tra una sezione e l’altra.
Difficile, difficilissimo, in una situazione così paradossale, riuscire a racchiudere in una semplice definizione o valutazione un disco così complesso e controverso; e traslando la questione, risulta altrettanto arduo capire se si può parlare, come dicevamo in apertura, di consacrazione per i Beach House. Perciò ci asterremo dal farlo. L’unico consiglio è quello di ascoltare e riascoltare Teen Dream, fino a farsi una propria idea o, semplicemente, per godere della superlativa bellezza della prima parte di un disco che, con l’anno nuovo ancora ai nastri di partenza, rischia già di monopolizzare le future classifiche di fine anno (perlomeno quelle dei singoli).
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