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Se qualcuno di voi non conoscesse Chris Wood (vergogna!) vi basterà sapere che il “nostro” è un sassofonista/flautista, fra i fondatori dei Traffic, e che ha suonato con Mr Jimi Hendrix, in carne ed ossa, nelle sessione dell’ormai leggendario ”Electric Ladyland”. Va bene? No? Allora andate su Wikipedia, non posso fare tutto io per voi!! L’album di cui andremo a occuparci esce, postumo, sotto l’ala protettrice della Esoteric Recordings, di proprietà della sorella di Wood. Subito dopo lo scioglimento della band Wood decide di registrare alcune session ma, proprio quando il materiale è pronto, la Island abbandona Chris restituendogli il materiale. In pieno periodo punk “Vulcan”, complesso e ricco di ghirigori strutturali, non trova mercato. A sentirlo oggi, dopo ventidue anni, quest’opera appare come un lavoro di ricerca accurata, con elementi di chiara matrice jazz, digressioni lounge e grande tecnica, ma a servizio delle emozioni. Di certo due decadi fa avrebbe avuto un altro senso. Ad un primo giudizio superficiale si potrebbe affermare che il disco manchi di un filo conduttore, ma forse Wood aveva ben altro in mente. Ogni singola traccia di “Vulcan” deve esser presa per ciò che è, un viaggio diverso fra i continenti (musicali). Cosi potrete ascoltare “See No Man Girl” e le sue movenze latine, l’opener “Moonchild Vulcan” forte di una virata quasi reggae, e “Letter One” più simile ad un divertissment in studio che ad un brano vero e proprio. “Indian Moonson” scomoda il Miles dell’ultimo periodo, costruita su una ritmica costante e il sax sepolto leggermente nel missaggio. “Barbed Wire (Band Version)” chiude le composizioni, da solista, lanciandosi in una cavalcata acida che cita “Shaft” di Isaac Hayes, portandovi direttamente alla conclusiva “Moonchild Vulcan”(live), insieme agli ex compagni Traffic. Due decenni in cantina, al buio, non hanno fatto altro che preservare questo lavoro da elementi dannosi riconsegnandocelo, oggi, nel suo intatto splendore.
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