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Gli Ok Go sono una vera celebrità su Youtube: A Million Ways è il video musicale più visto di tutti i tempi, Here It Goes Again è quello con il voto più alto nella storia della musica e il loro tutorial sul ping pong è di sicuro uno dei più esilaranti della Rete. La diffusione pazzesca di questi clip ha poi trascinato al successo il precedente lavoro della band, Oh No. Il dubbio ora si fa evidente: saranno ricordati per la qualità della loro musica o solo perché sanno fare dei video strepitosi?
Nei primi due album propendevo un po' ottimisticamente per la prima, ma con Of The Blue Colour Of The Sky, ahimè, per la seconda. Dimenticate intanto il power pop festaiolo dell'ultimo album, quello che spopolava su Internet e nei giochini della Playstation. I quattro di Chicago si sono stufati di schitarrate e ritmi serrati, ora si divertono solo con il funk e con il glam rock: come avere Jamie Lidell sotto acido. E' rimasta intatta invece, e si nota parecchio, l'attitudine degli Ok Go al cazzeggio: sanno farti divertire se sono in giornata (White Knuckles), altrimenti rischiano di perdersi nel bicchiere d'acqua della noia (Last Leaf). Il suono complessivo dell'album, come già anticipato, è molto variato rispetto gli esordi: ora la fanno da padrona tastiere e sintetizzatori alla Prince e il risultato non è malvagio, ma di sicuro non del tutto convincente. La buona opening track WTF? dà le linee guida delle 13 tracce del disco: funk dilatato, basso pompato all'inverosimile, handclapping e coretti onnipresenti. Già dal secondo pezzo però si intravede che gli americani sono un po' sconclusionati in questo album: This Too Shall Pass si rivela un pezzo che avrebbero fatto gli Architecture In Helsinki se si fossero formati negli Anni Ottanta. Dopo la riempitiva (già alla terza canzone??) All Is Not Lost, si arriva al terzetto che risolleva le sorti del disco: Needing/Getting dà una buona prova corale del gruppo: ogni elemento, dal basso prima rumorossissimo e poi impercettibile alla chitarra che da distorta si fa suadente nello scorrere, accompagna la voce di Kulash che canta di un amore ormai perso. Skyscrapers invece è un piccolo gioiellino funk che ricalca appieno le fortune di Prince, impreziosito da un finale venato di blues che non sfigurerebbe nel catalogo dell'artista di Minneapolis. Stupisce poi che si passi ad una röyksoppiana super festaiola come White Knuckles, riuscita proprio perché quando gli Ok Go non si prendono troppo sul serio possono fare musica che si insidia nel cervello. Non invece quando, scopiazzando un po' dagli Air e ancora dal gruppo danese, fanno pezzi come Before the Earth Was Round e End Love (condita in salsa Cameo), o come nella terribile ballatona Last Leaf, che farebbe cadere le braccia a chiunque. Per fortuna ci si risveglia presto, ma solo con dei lavoretti manieristici che, purtroppo, non riescono a cambiare il giudizio sul lavoro del gruppo.
Di sicuro abbiamo capito qualcosa degli Ok Go: hanno un'ottima produzione alle spalle (Dave Fridmann, bassista e batterista dei Mercury Rev che ha recentemente prodotto anche gli MGMT), hanno un'idea di marketing spiazzante (video da applausi e booklet schizoidi, vedere per credere) e sanno come attirare l'attenzione su di loro. Forse però era meglio quando ci facevano divertire ballando nel cortiletto di casa.
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