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C'è chi dice che il tempismo sia tutto: sicuramente è il primo punto a favore del nuovo lavoro degli inglesi Hot Chip, che esce in un momento in cui i Depeche Mode tornano alle origini, esplodono i Beach House e tornano in auge gli Air, tutti uniti sotto il segno del synth-pop che sta ritrovando nuova linfa in un connubio tra i tratti tipici del genere e l'influenza delle nuove tecnologie e dei nuovi sound.
Questo è in sostanza il preludio all'ultima fatica del quintetto londinese in attività dal 2000 e affermatosi tra il 2006 ed il 2008 grazie ai singoli Over And Over e Ready For The Floor. Il nuovo album, One Life Stand è senza dubbio il lavoro che segna la maturità artistica di questa band, che non si limita solo a dare nuovo materiale per i dj di tutto il globo, bensì crea una miscela di diversi generi legata da un medesimo filo conduttore che li fa elevare ad un livello più alto. Lo stesso vocalist della band, Alexis Taylor, parla di un album musicalmente più “coerente”, senza i lampi di follia che imperversavano nel precedente lavoro Made In The Dark e che, a detta degli stessi componenti del gruppo, deviavano dalla ricerca di quel sound che la band è riuscita finalmente a trovare adesso. La opening track Thieves In The Night è una canzone di impatto immediato ma, che sembra racchiudere un po' un misto dei tre gruppi citati poc'anzi (Air, Beach House e Depeche Mode). Non mancano ovviamente i pezzi caratterizzati da una più spiccata vena dance, primo tra tutti il singolo che dà il nome all'album, molto simile agli altri due brani che gli hanno spalancato le porte delle charts del Regno Unito, scelto probabilmente per non dare un'idea di rottura troppo estrema con i lavori passati. Tra i prossimi papabili singoli eleggerei senza dubbio I Feel Better (che nel corso del ritornello ricorda vagamente La Isla Bonita di Madonna), We Have Love e Take It In, che però non sono le tracce che rappresentano davvero il disco, piuttosto la vera anima risiede in canzoni come Brothers e Slush situate forse non casualmente nel cuore della tracklist. Brothers è scandita da un crescente richiamo al gospel con un'enorme ricchezza di suoni che si sposano perfettamente con la coralità del pezzo, molto particolare, che la rende senza dubbio la perla dell'album; Slush invece è una ballata contaminata da singolari elementi che spaziano dal coro tribale al campionamento di uno xilofono e infine di un sassofono. Da segnalare anche Alley Cats per l'inatteso accenno funky della chitarra in un contesto prettamente lounge, quasi da compilation Buddha-Bar, e Keep Quiet, che ricrea atmosfere trip-hop stile Goldfrapp.
Certo parliamo di maturità artistica, ma sicuramente non di capolavoro, questi ragazzi hanno ancora margini di miglioramento e perchè a questo punto occorrerebbe capire quali siano le reali speranze ed aspettative della band, che sostanzialmente naviga ai confini dell'elettronica, si affaccia sul pop, per poi tornare indietro e sperimentare qualcos'altro. Questo potrebbe significare che il gruppo sta per trovarsi di fronte a un bivio, per affermarsi nel pop avrebbero bisogno di almeno un paio di pezzi che fungano da inno, quelli inconfondibili, che ti fanno distinguere. In definitiva gli Hot Chip avrebbero anche le potenzialità per diventare i nuovi Pet Shop Boys, come si sente in pezzi come Hand Me Down Your Love, ma quella è solo una delle direzioni indicate nel loro bivio, anche se quella dell'originalità è sempre la migliore tra le strade percorribili.
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