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Vampire Weekend
Contra
2010
XL
di Andrea Belcastro
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Solitamente chi scrive recensioni cerca di ascoltare e guardare anche con occhi ed orecchie non sue pur di realizzare una visione più oggettiva possibile del prodotto che è chiamato ad analizzare. Ma ci sono casi in cui è impossibile non fornire una visione diversa da quella comune che sembra invece incanalata in una cieca esaltazione. Il sottoscritto si sta riferendo, come appare palese dal titolo dell’articolo, ai Vampire Weekend, fenomeno mediatico/ musicale/ discografico del 2008 e apripista 2010 con il nuovo album Contra. Esaltati dalle riviste specializzate di mezzo mondo e premiati con voti medio-alti un po’ dappertutto per la loro nuova visione data all’indie-pop, ovvero l’infilare una dopo l’altra, come pietre poco preziose in una collana di pessima bigiotteria, una serie di melodie facili facili, a volte talmente bambinesche dal rasentare il ridicolo. Il tutto suffragato da arrangiamenti disconnessi e sgraziati, i quali sembrano, in particolare nelle stravaganti ritmiche, realizzati da un principiante di Fruit Loops.
Presi dall’entusiasmo della novità a tutti i costi i critici di mezzo mondo hanno gridato con troppa facilità al miracolo, ma basterebbe spulciare a ritroso la storia della musica per scorgere roba simile già vent’anni fa con Paul Simon, per quanto riguarda gli arrangiamenti vagamente afro, e dieci anni prima Donovan, in particolare per il modo di cantare di Ezra Koening, il tutto realizzato in modo decisamente più riuscito ed artistico (per quanto il sottoscritto non sia un amante di Graceland, e preferisca il Donovan meno zuccheroso). Mentre in tempi più recenti e con risultati decisamente più strabilianti ed eccitanti (e profondi) basta rivolgersi agli Animal Collective per ottenere qualche tangibile gratificazione da questo genere di musica. Insomma è tutto da buttare? Si tratta di una band ridicola e non meritevole di alcuna attenzione? Forse no, anche perché se la maggior parte dei brani di Contra sono fastidiosi e privi di mordente e liricità, esistono anche un paio di momenti di grande qualità esecutiva e compositiva. In particolare nella travolgente Run, impreziosita da interessantissimi bridge elettronici, e nell’atmosfera rarefatta di I Think Ur A Contra i cui rintocchi di piano ricordano vagamente alcune cose dei Sigur Ros (che mi perdonino per l’allusione). Questo per citare il meglio in assoluto, mentre trovano posto un gradino più in basso le piacevoli Cousins con la chitarra pseudo surf e il po(l)ppettone di Giving Up The Gun, che perlomeno presenta la melodia più adeguata dell’intero disco, per quanto si dilunghi più del necessario. Il resto è inutilità allo stato puro fino a toccare il punto più basso con la bizzarra California English.
Al diavolo i voti alti sciorinati a cuor leggero, la storia ci dirà chi ha ragione. Che la guerra (senza feriti) abbia inizio.
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17/02/2010 -
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