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Heligoland è il nome di un arcipelago a nord della Germania. E anche il titolo del quinto lavoro in studio dei Massive Attack, a ben sette anni di distanza dall’ultimo 100th Window. Sette anni, da non credere. Nel mezzo c’è stata una colonna sonora e mezza (Danny The Dog e il nostro Gomorra), una raccolta (Collected) e poco altro: molte voci, nomi che si rincorrono, titoli, speculazioni. C’è il nuovo dei Massive Attack in arrivo, lo confermiamo per smentirlo poco tempo dopo. Ma non si doveva chiamare Weather Underground? No, il titolo è stato cambiato. Che ci sia qualche problema di produzione? O magari più semplicemente non vogliono fare le cose di fretta, chi lo sa. Di certo la gente comincia a fare domande, a chiedere, a pretendere. A settembre 2009 esce un ep che sa tanto di annuncio: il disco c’è, non erano balle, eccone qui un pezzetto. Splitting The Atom è stato un buon antipasto, guarnito dalle date live incendiarie del ricostituito duo di Bristol. Manca solo un passo e ci siamo. E se fosse un fiasco? Sette anni, se solo ci penso...
Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy G” Marshall hanno chiamato a raccolta per Heligoland Martina Topley-Bird, il “maestro” Horace Andy, Hope Sandoval (ex Mazzy Star), Damon Albarn, Guy Garvey degli Elbow e Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio. Cominci a sbavarci sopra ancora prima di averlo in mano, su un disco così. Dieci tracce registrate in tre studi diversi, ai confini opposti di Bristol: da una parte Del Naja, dall’altra Daddy G. Il terzo è quello privato di Albarn.
S’inizia con Pray For rain. Sette minuti guidati dalla voce di Tunde Adebimpe che introducono al mondo ovattato dei Massive Attack. Bentornati. Sette minuti riflessivi, rarefatti, tortuosi. Babel è se possibile ancora più cupa, in stridente contrasto con la voce lisergica di Martina Topley-Bird. Splitting The Atom, già goduta sull’ep, è la quintessenza dei Massive Attack al completo con Del Naja, Daddy G e Horace Andy a ballare con gli spiriti in un trip ritmico convulsivo, intriso di nostalgia. Favole nere raccontate con cupa consapevolezza. E’ il trip hop dei Massive Attack, niente di più, niente di meno. Il primo capolavoro arriva però con Girl I Love You. Poco più di cinque minuti per garantire l’eternità ad un pezzo distillato dal più profondo della notte. Sconvolgente e affascinante come la morte, aggressivo, dissonante. Serve qualcosa come Psyche per far tornare lentamente abile la cognizione, serve nuovamente la voce di Martina Topley-Bird. Una parentesi elettronica che fa il paio con Flat Of The Blade, dove incide pesantemente la presenza di uno come Guy Garvey. L’inquietudine degli Elbow che si stratifica fondendosi con le pianure desertiche dei Massive Attack, facendo mestamente eco ai tempi che furono, o che saranno. Paradise Circus si affida alle cure amorevoli di Hope Sandoval, e la melodia torna al centro del discorso sonoro, prendendo il posto delle tirate sintetiche e riscaldando l’animo prima della tripletta finale, e qui di nuovo c’è da levarsi il cappello. Prima per Rush Minute: semplice, diretta, in continuo mutare fino ad esplodere in un crescendo di pathos. Poi per Saturday Come Slow, anche solo per la presenza di Damon Albarn. Il pezzo sembra uscire direttamente da Think Tank dei Blur, con il quale condivide lo spirito e l’impostazione. Voce e arpeggio che lasciano il segno nel profondo. E infine per il pezzo che più di tutti merita di essere celebrato, goduto, declamato. Atlas Sound, presentato dal vivo sotto mentite spoglie (Marakesh) è semplicemente oltre la sfera dell’immaginabile. Sette minuti di trip hop puro, veloce, ipnotico in cui è impossibile non perdersi.
Si chiude così Heligoland: un album nato con sulle spalle il peso dell’aspettativa più morbosa. Un album che ripaga di sette anni di attesa nel migliore dei modi. Un grandissimo disco da avere ad ogni costo.
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