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Qualcuno ha detto che questa operazione restituisce i Pink Floyd al loro legittimo proprietario Syd Barrett. In parte, forse, si tratta di un’osservazione acuta e pertinente, ma significherebbe ignorare quanto i Pink Floyd di Roger Waters, David Gilmour e Richard Wright fossero diversi e più maturi all’epoca della realizzazione di Dark Side Of The Moon rispetto alle scorribande lisergiche dei primi anni. Sarebbe, inoltre, poco rispettoso nei confronti della portata artistica, storica, tecnica, economica, e sociale che questo grandissimo disco portò in seno nel 1973.
Trentasette anni dopo, i Flaming Lips di Wayne Coyne appena dopo aver sfornato il convincente Embryonic si appropriano del famoso capolavoro, e Barrett o non Barrett, fanno quello che qualsiasi gruppo/musicista che mette mano su una canzone altrui dovrebbe fare per dare un senso all’intera operazione. Ovvero, rivoltare come un calzino il materiale di partenza in modo da ottenerne un prodotto nuovo, fresco e allo stesso tempo capace di omaggiare in maniera soddisfacente l’originale. E’ così che ci ritroviamo in mano un Dark Side Of The Moon completamente destrutturato e ristrutturato, dove la atmosferica perfezione dell’album originale viene a frammentarsi in una esplosione colorata tra riff nevrotici e raffiche elettroniche. Basti vedere la trasformazione subita dal trittico finale Any Colour You Like/ Brain Damage /Eclipse, dove le uniche cose rimaste intatte sono la melodia e le splendide liriche scritte da Waters. Ma ancora più sorprendente è la reinvenzione di Breathe che in questa nuova veste cucita dai Flaming Lips in coabitazione con i Stardeath and White Dwarfs (opening band dei Flaming in tour e presenti, qui, in quasi tutti i brani) si trasforma in un pezzo del tardo Bowie. Eccellente, quasi quanto la superba On The Run, che è probabilmente superiore all’originale e forse anche più azzeccata in questo contesto di quanto lo fosse in quello originale. Peccato solo che non sia riuscito il miracolo, ovvero riabilitare un pezzo come Money che, nonostante la struttura ritmica assolutamente anomala (i celebri 7/4), fu considerato dai critici con la puzza sotto il naso come l’elemento dissonante, perché troppo orecchiabile e commerciale, all’interno del perfetto quadro disegnato da Gilmour e soci. Il risultato ottenuto invece dai Flaming Lips è, dicevamo, un orripilante aborto pseudo electro-funky, ed è sicuramente il momento più sgradevole e meno riuscito dell’album.
A conti fatti si tratta, quindi, di un lavoro di chirurgia estetica musicale perfettamente riuscito; aggiorna il lascito dei Pink Floyd al 2010, ed è soprattutto un album che si lascia ascoltare più e più volte con estremo piacere.
Curiosità finali: è il cantante, ex Black Flag, Henry Rollins a reinterpretare i celebri estratti di interviste che compaiono tra quasi tutte le canzoni; mentre l’improvvisazione vocale di The Great Gig In The Sky è affidata alle corde vocali di Peaches. Richard Wright, per quanto umanamente molto lontano dall’eccentrica cantante canadese, ne sarebbe rimasto deliziato.
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