|
Oggi le coste veramente in esplosione sono quelle più settentrionali del mondo. Se, da un lato, la Svezia e la Norvegia hanno oramai da tempo innalzato una buona resistenza contro la stagnante ripetitività delle sette albioniche, dall’altro lato anche la regina delle terre fredde, l’Islanda, ha continuato, nel frattempo, a custodire i segreti più fluidi del pop diluendoli nel miglior sperimentalismo elettronico di tutto i tempi. Gente come i Mum, i Seabear o i JJ sembrano quasi essere stati intrappolati in una magica ibernazione che gli ha concesso di mantenere una distanza creativa difficilmente colmabile dai ‘popoli’ a noi geograficamente più vicini. Nonostante la potenzialità del genere commistioni pop di pari bellezza potrebbero essere, al momento, sfidate solo dalle band di label canadese. Ma questa è un’altra storia.
L’effetto ‘made in Iceland’ ora porta il nome degli FM Belfast, piccolo culto indipendente per chi guarda al grande nord con devozione di intenti ma mira, in realtà, a scaldarsi il cuore attraverso climi più soleggiati. Solo quattro anni fa, Arni Hlodversson e Loa Hjalmtysdottir giravano per i locali di Reykjavik dando vita a dei live set che con la bianca e tranquilla quiete delle vedute di casa loro, aveva probabilmente poco a che fare. Ufficialmente a condurre il gioco sono in due, ma la norma è che chi vuole può salire a cantare sul palco e magari, facendosi spazio nella mischia del collettivo, riuscire ad arraffare qualche strumento per far festa in amicizia. How To Make Friends porta con sé uno stile molto personale, per un suono che se da un lato, e nel suo genere, sa essere abbastanza ‘isolano’ dall’altro, forse e in tutta onestà, ripete un po’ ruffianamente gli stilemi musicali dell’ ultima ora: caratteristiche funky-oriented trascinate con qualche innesto rap e R&B. Rimproveri a parte, però, quello degli FM Belfast è non solo un ottimo esordio ma è anche un album manovrato con la migliore mentalità del synth-pop: azzeccati dettagli ritmici, fraseggi introspezionisti, un po’ di citazionismo dance e lo sferragliamento vocale della perenne intervallata femminile su quella maschile. Undici tracce che dilagano tra l’elettronica, il relax nordico e il tropicalismo da club più cosmico. Vedi Tropical su tutte, poi ascolta Synthia che con quel suo ritornello pare un amuleto caraibico contro la ciclicità delle sventure quotidiane, e magari, in ultimo, adocchia anche Par Avion che racconta semplicemente l’insorgere di un desiderio turistico causato dai troppi spot pubblicitari: l’aspirazione di trovare dimora ai Caraibi. E se tutto ciò non dovesse bastare, la ciliegina voodoo che gli FM Belfast mettono sulla torta è Pump, pezzo diretto con la sapienza di avere tra le mani un grande ‘classico’ (per la precisione il Pump Up The Jam un po’ tamarro dei Technotronic) rivisitato in versione lenta, cadenzata e quasi melodrammatica.
Gli FM Belfast sanno magistralmente adoperare fini melodie e senza mai cadere nel lezioso dimostrano per tutto l’ascolto dell’album un’osservanza lirica fuori dal comune in testi che sanno essere significativamente nonsense. Non rivoluzioneranno sicuramente la scena dell’indietronica corrente ma i cari islandesi in questione potrebbero perfettamente essere il miglior contraltare continentale agli Yacht, oltre ad essere un ottimo rimedio alla vacua ipersensibilità dei La Roux o agli acidi manierismi in versione Neon Indian. Nella speranza di far al più presto bisboccia con loro, magari sul palco di qualche noto Festival primaverile, al momento non ci resta che dare inizio al divertimento caricando, in solitudine, le tracce nel nostro tristissimo iPod bianco.
|