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Nel mondo del digitale, dell’elettronica, di Internet, insomma della tecnologia in generale, imbattersi in personaggi come quello che sto per descrivere è davvero insolito.
Seasick Steve, all’anagrafe Steve Gene Wold, è un cantautore blues; anzi più che cantautore è un cantastorie che si rifà al blues più classico, quello che sa di fango del Mississippi, il Delta Blues Anni '30/'40 in pieno stile “Mississippi Fred McDowell”. Nato in California, pare nel 1941, figlio di un pianista boogie, inizia suonare la chitarra da piccolo e a lavorare qua e là per l’America anche nel mondo musicale; la vita di Steve è segnata da continui cambi di lavoro e traslochi in giro per gli Stati Uniti, prima, e in Europa, poi, ma senza mai smettere di suonare. Alla fine degli Anni Novanta si trasferisce a Parigi, cominciando a suonare nelle stazioni della metropolitana, e poi si trasferisce in Norvegia. Dopo aver inciso i primi due album in maniera quasi autoprodotta, partecipa a un programma inglese della BBC: Hootenanny. Con quest’apparizione si può dire che è iniziata la vera e propria ascesa di Seasick Steve, che l’ha portato in numerosi programmi tv britannici, a suonare in tutte le città inglesi, sul palco del Glastonbury Festival nel 2008 e ad una candidatura ai Brit Awards come “International Solo Male Artist”.
Nelle sue canzoni Steve racconta esperienze di vita vissuta, come il problema della disoccupazione o l’amore per la moglie, nella stessa maniera e con lo stesso spirito dei neri nelle piantagioni di cotone, quindi in modo semplice. Trovarsi davanti ad un album come questo è davvero particolare visto il “periodo” di prostituzione che la musica sta vivendo: Seasick suona (oltre che con un piccolo amplificatore che mette vicino a lui per regolare distorsioni e volumi) con strumenti fatti in casa o modificati manualmente sia da lui sia da amici, come la chitarra a tre corde oppure la “one string guitar” da lui costruita, a cui ha dato il nome Diddley Bow che dà anche il nome al primo brano del suo ultimo album Man From Another Time. Titolo che vuole dire tutto: un suono antico che ci porta, nel vero senso della parola, alle radici della musica moderna. Questo più che un genere va considerato come uno stile di vita, una filosofia che si è tramandata di generazione in generazione e che lentamente è stata offuscata dal mainstream. Questo coinvolgimento emotivo è provato anche da lui stesso, una persona che sembra veramente venire “da un altro tempo”: un semplice redneck che fa blues, che si macina ancora i chicchi di caffè col macinino a mano, che invece di girare per le tournèe in pullman super costosi (con staff e autisti) guida lui stesso un furgone da lui adibito a camper. Una persona che durante i viaggi tra un concerto e l’altro, si ferma a pescare o a costruire chitarre usando le scatole di legno dei sigari. Poiché non possiede equipaggiamenti professionali, i suoni sono grezzi e semplici. Oltre che dalla “verve” di Steve, il particolare suono è dato dal tipo di accordatura che utilizza (accordatura aperta e spesso in RE).
Dodici canzoni intense che entrano nell’intimità della persona che lo ascolta portandolo a visitare il profondo Sud degli Stati Uniti d’America, facendogli immaginare perfettamente quei paesaggi che, anche se non ci si è stati, conosciamo tutti perfettamente; questo grazie ad una voce calda e avvolgente e a uno stile chitarristico che oggi come oggi sembra particolare perché ormai dimenticato. Steve tende sempre a suonare la chitarra da solo (al massimo accompagnato da una batteria), con tecniche di “finger-pick” e “slide”, accompagnandosi con la sua “Mississippi Drum Machine”, una scatola di legno amplificata posta per terra con la quale Steve, battendoci il piede, tiene il tempo: non c’è tecnica nel modo di suonare, solo passione. Brani come The Banjo Song, My Home (Blue Eyes) o Dark, rappresentano quello che è lo stile di Seasick Steve, cantastorie dall’animo paterno in grado di stregare una nazione difficile (e soprattutto fiera della sua cultura musicale) come l’Inghilterra.
Aspettando pazientemente un suo concerto, per ora non resta che gustarci la sua ultima fatica, Man From Another Time, un ottimo lavoro che non supera il precedente album (I Started Out With Nothing And I Still Got Most Of It Left), ma che comunque consiglio caldamente a tutti gli appassionati di blues e soprattutto agli amanti di generi diversi, in modo che possano capire la vera essenza di quello che è questo genere. Grande Steve.
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