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Frightened Rabbit
The Winter Of Mixed Drinks
2010
Fat Cat
di Tiziano Mazzenga
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Acclamati dalla critica dopo The Midnight Organ Fight di due anni precedente, gli ormai cinque Frightened Rabbit, guidati dalla voce e chitarra fondatrice di Scott Hutchinson, contano di diventare il nome di punta nella fervida scena folk-pop al di là del vallo di Adriano. La band, che si arricchisce di un nuovo membro ogni nuovo album quasi matematicamente, si è affidata ancora a Peter Katis, uno che era in studio con Mercury Rev, Interpol, National, Fanfarlo, Swell Season e Jònsi Birgisson, per fare quel salto di qualità produttivo e di impatto sul pubblico. Hutchinson aveva dichiarato infatti che non gli era piaciuto fino in fondo il suono del precedente lavoro e che avrebbe lavorato assieme al gruppo molto più sulla corposità e sui dettagli di questo loro ultimo album: quello che ne esce è di sicuro un disco pronto ad essere portato davanti a molte più di poche centinaia di fedelissimi.
Già con l'iniziale Things, venata di shoegaze Glasvegasiano, i Frightened Rabbit compongono un inno in crescendo pronto per essere sfoderato nelle grandi occasioni come nella seguente Swim Until You Can't See Land, il primo singolo estratto e decisamente la migliore carta per attirare l'attenzione su di loro: un brano di stadium pop perfetto, di sicuro quello che avrebbero dovuto scrivere gli Snow Patrol ma che non hanno mai fatto. L'inclinazione della band di alzare i battiti del disco si nota ancora di più con pezzi corali come The Loneliness And The Scream o Living In Colour, dove il loro impeto emotivo assimilabile ai Mumford & Sons si manifesta meglio. In effetti il fan della prima ora potrebbe trovarsi un po' disorientato con tutti questi decibel in più e la maggiore stratificazione sonora di questo album, ma è come non guardare la televisione perché ci piaceva tanto la radio: qui i FR vogliono dimostrare di poter stare in mezzo ai grandi, parafrasando The Loneliness And The Scream, “Am I here? Of course I am. Yes”. E allora ben vengano tracce come quelle già citate, o come Nothing Like You che rimanda ai Radiohead di Bodysnatchers, o nella doppietta Foot Shooter - Not Miserable che mischia l'attitudine stadio dei Coldplay al riverbero di tutta la strumentazione.
La finale Yes, I Would è la chiusura ideale per un disco di questo tipo, portando con sé un intreccio melodico di discreta fattura ma che fa chiudere un po' il sorriso su questo album: nonostante sia decisamente un buon lavoro, l'ultima canzone fa pensare che tutto questo ricorso ai decibel non era la sola e unica via per un gruppo in continua crescita numerica e di esperienza, che forse ce l'avrebbero fatta ugualmente a comporre un album che spiccasse dalla media. Ma ormai la strada è imboccata, hanno lasciato indietro tutto e stanno nuotando finché non toccheranno la terra del successo.
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10/03/2010 -
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