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Dopo ben otto anni dall’uscita di Up, Scratch My Back è l’ultima fatica di Peter Gabriel. L'album è una raccolta di cover, ovvero reinterpretazioni di brani di autori celebri e di artisti emergenti (nell’ordine: David Bowie, Paul Simon, Elbow, Bon Iver, Talking Heads, Lou Reed, Arcade Fire, Magnetic Fields, Randy Newman, Regina Spektor, Neil Young, Radiohead). Come singolo di lancio, Gabriel ha scelto The Book Of Love dei Magnetic Fields, brano già noto per essere stato inserito nella colonna sonora del film Shall We Dance (con Richard Gere e Jennifer Lopez) e della serie televisiva Scrubs. Il progetto prevede un suo successore, una raccolta gemella dal titolo I'll Scratch Yours, in cui gli stessi artisti dovrebbero eseguire ,a loro volta, dei brani dal repertorio di Peter Gabriel. Stephin Merritt ha già ricambiato con Not One Of Us. Paul Simon lo farà presto con una sua reinterpretazione di Biko mentre il Duca Bianco ha declinato l’invito facendosi sostituire da Brian Eno.
Diciamo subito che nell'album c'è pochissima nostalgia del passato e, assolutamente, nessuna concessione a quel progressive rock che aveva lanciato l’ex leader dei Genesis come uno dei protagonisti assoluti di quell’epoca. Alla fine, tra le tante possibili, la scelta di Peter Gabriel è stata quella di non ricorrere ad iper-produzioni sontuose farcite di avanguardia tecnologica. Anzi, la scelta in questo disco è stata più drastica: niente chitarra, basso e batteria. Via, quindi, i capisaldi del rock e del pop. Una bella provocazione se pensiamo che Gabriel è stato uno dei primi artisti, alla fine degli anni settanta, ad arricchire il rock con il calore ed il ritmo della world music, costruendo su questa geniale intuizione i momenti più significativi della sua carriera solista (a partire da Peter Gabriel III). Ascoltando le tredici tracce di questo disco, sembra che il punto di partenza sia l’imperdibile versione di Here Comes The Flood contenuta nell’album Exposure di Robert Fripp. Scratch My Back è un disco di cover ma ancora di più è un disco di Peter Gabriel. L’artista inglese si affida unicamente ad un pianoforte, un’orchestra ed alla sua splendida voce, come sempre toccante. Forte dell’influenza di autori come Steve Reich, Gabriel spoglia e scarnifica i brani dai loro arrangiamenti originali facendoli totalmente suoi. Li riveste di atmosfere intime, romantiche e sofferte. Il progetto per larga parte funziona e le canzoni vivono di una propria identità. La produzione del disco è affidata ad un fuoriclasse del calibro di Bob Ezrin (artefice principale, assieme a Roger Waters, dello storico concept album The Wall dei Pink Floyd nonchè produttore di Berlin di Lou Reed e del primo disco dello stesso Gabriel). Heroes di David Bowie, brano di apertura del disco, è destrutturata al punto tale da risultare completamente irriconoscibile se non fosse per il ritornello. La scelta di confrontarsi con quello che, a mio avviso, è il più bel brano rock di tutti i tempi quanto ad arrangiamento e produzione è quantomeno audace. Ma l’”Arcangelo Gabriel” ne esce comunque bene. La sua versione è molto meno epica di quella di Bowie ma molto più intima e dolente. The Boy In The Bubble di Paul Simon ha la malinconia del sapore delle gocce di rugiada. Il brano viene scarnificato a tal punto da essere anni luce lontano da Graceland. My Body Is A Cage degli Arcade Fire spicca soprattutto nella sua parte finale grazie al superbo lavoro di tessitura ed arrangiamento degli archi da parte di John Metcalfe (ex Durutti Column). Si passa, quindi, dalle atmosfere romantiche di The Power Of Heart di Lou Reed, a momenti meno riusciti come Mirrorball degli Elbow; dalla dolcezza di Philadelphia (brano tra i meno noti di Neil Young) fino al sofferto epilogo, piano e voce, di “Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead.
Per concludere non posso non menzionare la bellissima versione, così dolce e nostalgica al tempo stesso, di Waterloo Sunset di Ray Devies contenuta dell’edizione deluxe del disco. Non c’è che dire: la classe non è acqua!
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