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Sospesi a metà strada fra il prog rock dei Genesis ed Emerson Lake And Palmer, gli irlandesi Fruupp sono l’anello di congiunzione che unisce questi due mostri sacri.
Anno di nascita 1970, la band è composta da Stephen Houston (keyboards, oboe, vocals), Peter Farrelly (bass guitar, lead vocals), Martin Foye (drums, percussion, vocals), Vincent McCusker (guitar, vocals), John Mason (keyboards, vibes, vocals). La loro musica, “sinfonica”, gravita attorno strutture canoniche e barocche, fortemente influenzate da Peter Gabriel e soci, eppure molto personali. Se vi dovesse sfiorare, anche per un momento, l’idea che questa sia una band gemella o clone, come si ama dire in questi casi, toglietevelo dalla testa. Siamo di fronte a gente che ha un disegno preciso, idee luminose. È la componente sinfonica, di maggior rilievo qui che non nei due mentori sopra citati, ad essere l’arma vincente della band. Le fondamenta di questa musica sono salde nelle tastiere, ancorate alle linee melodiche e avvitate su chitarre elettriche ben definite. Quello che emerge chiaramente, e di prepotenza, è proprio questo elemento più classicheggiante, che rende il tutto più appetibile e meno tronfio e auto-celebrativo di gente come Keith Emerson. Cori ed archi, in tipico stile inglese, si alternano a violini e arpeggi acustici di antico sapore, caldo, come qualcosa in cui ci si rifugia nei momenti di stanca. Con la musica dei Fruupp si sognano paesaggi rilassanti, distese verdi inglesi, il songwriting è compatto ma dinamico, le composizioni fantasiose. Gli arrangiamenti sono efficaci, anche se pieni di quella logorrea pomposa tipica della prolissità Seventies. Rimettere mano oggi a dischi del genere in alcuni forse può provocare un senso di fastidioso dejà vu, in altri l’usura del tempo e la datazione della registrazione potrebbero far storcere il naso. Ma ascoltando il primo, scarno, Robert Johnson, vi soffermereste sull’inadeguatezza dei mezzi di registrazione o su quelle note ancora oggi, nonostante tutto, pregne di vero dolore?
Gli anni sono passati anche per loro, qualche crepa qua e là, come rughe affiorate sul viso, non possono né devono intaccare la bellezza di una band che ha saputo splendere a suo modo, anche se minore rispetto ai maestri e malvoluta dalle inclementi classifiche dell’epoca.
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