POP-R'n'B 30 Marzo 2006

6 Pezzi + 1 Remix

La gente QUESTO genere, prodotto in QUESTO modo, senza scimmiottamenti assortiti ma con giustificata ammirazione ed impegnata rielaborazione dei modelli statunitensi, non se lo aspetta, non lo concepisce.

Troppo tempo lasciato passare, colpevolmente, da quando “6 Pezzi + 1 Remix” di Alessio Beltrami è arrivato nella mia cassetta postale, ad opera del segaligno benemerito portalettere, sosia fallito di Fabrizio Frizzi – ma di questo ve ne fotte molto poco. Al sodo: Alessio Beltrami suona un genere che in Italia non propone (quasi) nessuno. Perché ce ne arriva troppo – e spesso troppo acciaccato, troppo uguale a sé stesso, troppo tutto – da Oltreoceano: NeoSoul. Dice: che è? Metti l’ultimo Prince e lo capisci. Oppure le produzioni mega-hit di Raphael Saaqdiq (Angie Stone, Teedra Moses. Uno che ha iniziato come bassista di Prince: io sarei tornato a casa ed avrei aperto una cartoleria). Gli ingredienti sono quelli che Tiziano Ferro ha sputtanato, il triestino Al Castellana ha recuperato e Beltrami interpreta invece nella loro pregnanza più fresca: bassi rotondi e sinuosi, falsetti e passaggi vocali tortuosissimi, chitarrine funky, ritmiche solide e sincopate, Rhodes a tirare le fila. Groove invidiabile e, al contempo, aderente ai canoni più noti del genere. Oltre ad immancabili innesti rap. Insomma: un concentrato di r&b vestito italiano di tutto punto. Si, r&b: mi piace di più. Significa che dentro c’è un sacco di roba, mediata e soppesata, trapiantata accuratamente nelle strutture dei pezzi. Un po’ come dire hip-hop non è dire rap. Funk, pop, hip-hop, rap: tutto contribuisce a rendere r&b l’etichetta più efficace per la musica di Beltrami, così patinata e perfetta che ti fa venir voglia di comprarti una Cadillac decappottabile del 1967 e di metter sotto “Prestami”, con una bionda in bikini sul sedile passeggero. Il giovine – peraltro – è uno cazzuto: ci crede, sente che il primo scalino è riuscire a far passare la genuinità e l’onestà della sua passione (autoprodotta). E ce la mette tutta. Dimostrando poi che, quando la scena hip-hop (da lì è partito anche Beltrami) si ingegna e cerca di farsi innovatrice, allora sfascia – in senso buono. Perché – ci scommetto un cd di Alessio – la gente, QUESTO genere, prodotto in QUESTO modo, senza scimmiottamenti assortiti ma con giustificata ammirazione ed impegnata rielaborazione dei modelli statunitensi, non se lo aspetta, non lo concepisce. Ecco perché – inciso – sono sicuro che il prossimo, di disco, non sarà autoprodotto – avessimo gente come Nile Rodgers e Jerry Wexler (ma qui, lo so, cado nell’irrealtà), in Italia, Beltrami sarebbe uscito più pompato di Jovanotti. Torniamo al lato tecnico: il soul di Beltrami riesce, per quanto possibile, a virare costantemente qualche elemento. Facendo in modo che la mezz’ora di musica – a proposito: perfetto il formato 6+1 – trascorra senza mezza esitazione, per l’ascoltatore. Se a tutto questo aggiungo che, in sintesi, Alessio – classe 1979 – s’è scritto e suonato tutto da solo, riducendo al minimo l’apporto delle macchine, scommetto che almeno una briciola di curiosità ve l’ho fatta spuntare, in quel cervello che, lo so, è bombardato da MTv e dai suoi scimmioni neri. Una volta tanto che uno da MTv – nel senso della produzione raffinata, della maturità del suono, anche del puttanello lavoro d’immagine – ce l’abbiamo fra di noi, poveri critici (de ‘noantri) indie, siamo già sicuri di vedercelo sgusciare dal lettore entro breve. Al di là di tutto, il Ghigo Agosti – dai, basta allusioni a Prince – di Brescia ha in serbo la giusta dose di coraggio e sfacciataggine per dare benzina ad un genere ancora inosservato nella sua (per ora quasi assente) variante italiota. Per me, se trova i soldi e qualche altra idea, ne diventa il guru. Scommettiamo?