L’ottimo “red wine” stagionato degli UB40
Cinquanta milioni di dischi venduti in oltre vent’anni di onoratissima carriera al servizio di uno stile musicale inconfondibile e senza rughe. Diciannove lavori discografici e una forma live assolutamente invidiabile. E’ una sintesi a freddo di chi è reduce dal concerto del 1 luglio nella cornice esotica di Valle Giulia, tra miasmi di caldo, un ricco parterre di “non vacanzieri” (forse c’era qualche turista ma non conta) che per una sera hanno fatto finta di ascoltare del buon reggae all’inglese in salsa giamaicana. UB40 sono una formazione storica e tradizionalmente stabile del panorama musicale britannico che è emerso agli inizi degli anni ottanta: originari di Birmingham ancora oggi mantengono praticamente inalterata la line-up del gruppo originale. Nati in piena era Thatcher, gli UB40 si sono caratterizzati per il loro profilo sociale sin dalla scelta del nome del gruppo, che corrisponde a quello del modello che all’epoca veniva compilato dai giovani disoccupati per ottenere il sussidio governativo. Da allora questi pionieri del reggae multirazziale ne hanno fatta di strada e quando ad ottobre del 2001 è uscito Cover Up, l’ultimo lavoro in studio, si sono trovati a fare da testimonial per una campagna delle Nazioni Uniti volta a sensibilizzare di più l’opinione pubblica sui rischi che la diffusione dell’AIDS sta determinando in Africa a livello sociale. Sta di fatto che lo spettacolo offerto da questa vera e propria comitiva di Birmingham è solamente improntato all’energia e al ritmo e allo stile inconfondibile di Ali Campbell, il cantante solista e chitarrista mancino della band che sfodera la stessa identica timbrica dei primi anni. Accompagnati da una nutrita sezione di fiati, gli UB40 hanno messo in fila, in ordine sparso le perle del loro repertorio e per questa volta, sotto l’umidità tiranna che attanaglia la Capitale, è sembrato giusto abbandonarsi alle note di Red Red Wine, Cherry Oh Babe, Many Rivers To Cross, (Can’t) Help Falling in Love.


