Maria Gadú
Il disco è un prodotto più unico che raro. Un progetto ambizioso che riesce, senza troppe difficoltà, a garantire uno slancio naturale dell’artista verso altre dimensioni musicali
Tutto scorre rapido nella vita della ventiduenne Maria Gadú, cantante e compositrice paulistana. In soli cinque mesi è riuscita a firmare un contratto discografico con la Som Livre e a lanciare il suo disco d’esordio, “Maria Gadú”, che non ha niente da invidiare ai lavori dei tanti artisti già affermati nel ricco panorama musicale brasiliano – e sono proprio artisti del calibro di Caetano Veloso, Milton Nascimento, Ana Carolina e João Donato a rivelarsi, senza troppe remore, fan di Maria.
Il disco è un prodotto più unico che raro. Un progetto ambizioso che riesce, senza troppe difficoltà, a garantire uno slancio naturale dell’artista verso altre dimensioni musicali, evidenti in ”Laranja”, brano sostenuto da un basso funky, o ancora meglio nella già nota ”Ne me Quitte Pas”, rinfrescata da sovraincisioni vocali e da qualche pennellata di elettronica.
La fisiologica tendenza a rimanere ancorati alle proprie radici, peculiarità tutta brasiliana, non viene certo tradita dalla cantautrice. Ne sono prova ”Linda Rosa”, spesso eseguita live con l’ausilio della chitarra di Leandro Leo, e ”A Historia De Lilly Braun” di Chico Buarque riproposta in chiave jazz. L’approccio intimistico di Maria alla musica riesce a trasformare una canzone piuttosto banale come ”Baba” di Kelly Key – cantantucola pop made in Brasil – in un blues accattivante che rivoluziona la versione originale del brano.
Che il disco di Maria Gadú sia da aggiungere alla propria collezione è fuori discussione e se ancora non vi fidate del nostro parere, a garantire ci sono il premio come “Rivelazione del 2009” conferitole dall’Associazione dei Critici d’Arte di São Paulo e un analogo riconoscimento da parte dei lettori del più prestigioso quotidiano brasiliano, “O Globo”.


