Songs From the Drawer
Lonny acquista le sembianze di un london busker che attira l’attenzione con il marchio indelebile di certe produzioni di Sir Paul McCartney prima fase.
“Songs From the Drawer” non è semplicemente un album, o almeno non del tutto; è invece la chiusura di un cerchio, o meglio il lato oscuro della Luna, quello che non si vede dal nostro punto di osservazione. Perché il disco rappresenta il completamento di un percorso di Lonny Ziblat cominciato con l’uscita di “The Great Prophecy of a Small Man” (tramite Modest Midget) e chiuso proprio con quest’ultimo lavoro, peraltro registrato praticamente in contemporanea.
Sebbene si tratti di due dischi abbastanza diversi tra loro, nella realtà esiste un grosso filo conduttore, un gioco di opposti legati insieme proprio come le già citate due facce della Luna. In questo “Songs From the Drawer” le acque si calmano e Lonny lascia spazio a tutto il suo eclettismo tendendo ad una forma atipica di songwriting che si incunea tra i coni d’ombra di sonorità che spaziano tra il jazz, lo ska ed il folk-pop condito con buone capacità strumentali.
Viene da sé che inquadrare il lavoro è un’opera abbastanza ardua, perché il frullato di suoni di Lonny ti rimbalza tra l’eco sudamericano di ”How Far is Leiden?” e la ninna nanna della cantilena ”Funny Honey”, piazzando qua e là qualche brano strumentale, ma il marchio indelebile è senza dubbio quello di certe produzioni primo-periodo di Sir Paul McCartney (l’indizio più evidente è l’omaggio di ”Tomorrow”, ma i riferimenti si trovano sparsi quasi ovunque).
L’autore acquista quindi le sembianze di un london busker, che fa capolino in qualche fermata della metropolitana o in un angolo di strada con la sua chitarra acustica, che per strapparti un sorriso o un momento di svago, altre volte tutto il contrario.


