Sulla Notte
Dieci brani per quaranta minuti scarsi di rock potente e distorto dove non c'è traccia di ottimismo, fiducia, positività. Perchè è un omaggio alla frustrazione, al rimpianto, all'inquietudine dell'infanzia lacerata da ferite impossibili da rimarginare.
Uno sguardo alla copertina, dove campeggia uno scatto del fotografo canadese Greg Girard, e già si capisce che aria tira in questo disco che definire notturno è fin troppo didascalico. L’esordio full-lenght dei bolognesi Parsec e la solarità sono due cose completamente agli antipodi.
In questi dieci brani per quaranta minuti scarsi di rock potente e distorto non c’è traccia di ottimismo, fiducia, positività. Ma in fondo il bello è questo. Perchè ”Sulla Notte” è un omaggio alla frustrazione, al rimpianto, all’inquietudine dell’infanzia lacerata da ferite impossibili da rimarginare.
La notte appunto, filo conduttore del disco, viaggio tra pensieri, allucinazioni e sensazioni amplificate dal senso di claustrofobia e che generano mostri che neanche noi sapevamo di avere dentro. Il tutto impregnato di rabbia allo stato brado, quella rabbia non addomesticata e che per questo fa ancora più paura. E il suono ovviamente segue a ruota: compatto, pastoso, diretto.
Chitarra, basso e batteria concorrono a sviscerare in note l’inesorabile tempesta interiore e a creare un vortice dove la voce di Federico Cavicchi si erge maestosa mantenendosi su toni bassi ma sempre pronti ad esplodere da un momento all’altro.
E la cosa bella è che la tensione non scema mai. Dall’inizio alla fine hai sempre l’impressione che qualcosa stia per accadere. Ma la rabbia rimane lì, repressa nei meandri dell’Io a vagare nei fumi notturni del sudiciume urbano o di provincia, nei luoghi della perdizione dell’anima dove ritrovarsi sarà impossibile.


