The Fallen Host
Ci auguriamo che questa band si stacchi presto dal cordone ombelicale con le altre band di genere, per prendere il volo e portarci in reami che non ci ricorderanno nulla perché non esistono ancora.
Più vicini ai Sigur Ròs che ai Mùm, molto prossimi ai Mogwai, i Blueneck fanno parte di quella linea post-rock sinfonica che viene dal nord, portandoci tutte le loro suggestioni di paesaggi infiniti al limite tra realtà e sogno.
Suggerisce proprio questo il loro secondo disco “The Fallen Host”, che sembra portarci prima in visioni aeree di paesaggi sconfinati tra oceano, ghiacci, campagne sterminate, e poi improvvisamente ci rilascia in reami sconosciuti, immaginari e immaginifici, dove volentieri ci si perde, lasciando la mente rilassarsi e cercare il contatto con qualcosa di diverso, lontano, eppure così profondamente radicato nel nostro desiderio di avere le ali e fuggire alla quotidianità.
A volte sembra incredibile che solo quattro strumentisti riescano a creare suggestioni così ampie, tipiche della musica sinfonica; le ritmiche variano da pianissimo di chitarra a fortissimi e andanti, proprio come se si stesse seguendo lo spartito di qualche opera per orchestra.
“The Fallen Host” è un disco da ascolto emotivo, bisogna avere la disposizione giusta per affrontare una produzione di questo tipo, che è ancora giovane, ma che ha una base ben consolidata come dimostrano le splendide “The Guest” e “Lilitu”.
Ci auguriamo che questa band si stacchi presto dal cordone ombelicale con le altre band di genere, per prendere il volo e portarci in reami che non ci ricorderanno nulla perché non esistono ancora.


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