Folk 15 Novembre 2011

The Head And The Heart

Nel caso specifico, credo si possa parlare di ‘roots music without the roots’. Con questo non si vuole sminuire un lavoro che risulta comunque vincente e coinvolgente sotto molti punti di vista.

La scena musicale di Seattle ha subito nell’ultimo periodo una notevole inversione di tendenza. La rabbia e le distorsioni emotive di band come Nirvana e Pearl Jam, hanno ceduto il passo alle atmosfere disimpegnate e soffuse di gruppi come Band Of Horses, Fleet Foxes, piuttosto che gli emergenti The Head And The Heart; la scena grunge – che rese famosa la cittadina del nord-ovest degli States – è stata eclissata da quel variegato universo musicale denominato indie-folk (o new-folk) e qui ci sarebbe da aprire una lunghissima – ma altrettanto interessante – parentesi su questa definizione: su cosa sia new-folk e cosa non lo sia.
La storia dei The Head And The Heart ha il fascino di molti inizi: il nucleo centrale del gruppo, i due chitarristi Josiah Johnson e Jonathan Russell si incontrano e si conoscono durante le “open mic nights” al Conor Byrne Pub nel quartiere Ballard di Seattle; ai due parolieri si aggiungono presto il tastierista Kenny Hensley, il batterista Tyler Williams, la violinista Rose Thielen e il bassista Chris Zasche, barista al Conor Byrne. I primi mesi di vita della band sono tanto carichi di entusiasmo e ispirazione quanto faticosi. Ma tutta quella fatica sarebbe stata ben presto ricompensata, il disco auto-prodotto avrebbe venduto diverse migliaia di copie grazie al solo passaparola e questo silenzioso successo avrebbe attirato le attenzioni dell’importante casa discografica Sub-Pop.
Nel 2011 l’omonimo disco di esordio “The Head And The Heart” è stato rimasterizzato dalla casa discografica e agli otto brani dell’originale si sarebbe aggiunta “Rivers And Roads”, richiestissima durante gli entusiasmanti live della band.
Non si può dire che questo primo lavoro della band non sia coinvolgente: armonie vocali, schitarrate acustiche, ostinati accordi di piano, ritmiche incalzanti e incursioni violinistiche che tentano timidamente di lanciare l’unico ponte di connessione con il buon vecchio folk di derivazione anglosassone. Voci rassicuranti, che non sanno e non vogliono graffiare l’animo; il massimo che si può trovare è un velo di nostalgia (“Winter Song”). Dall’inizio alla fine dell’album siamo avvolti da questo caleidoscopio di colori, dalle atmosfere leggere create dal piano (“Ghosts”, “Coeur D’Alene”) e dalle rassicurazioni delle linee di violino tratteggiate da Rose (“Down In The Valley”, “Sounds Like Alleluja”, “Heaven Go Easy For Me”). Tutto assolutamente orecchiabile e ben costruito dal punto di vista delle composizioni musicali, con tanto di radio-hit (“Lost In My Mind”).
Non c’è niente di nuovo in “The Heart And The Head”, c’è piuttosto la riproposizione di stilemi appartenenti al cosiddetto indie-folk – armonie vocali ricche di pathos, crescendo musicali – ormai ben collaudati sia nella costa nord-ovest degli Stati Uniti che oltre. Nel caso specifico, credo si possa essere tutti abbastanza concordi nel parlare di ‘roots music without the roots’; con questo non si vuole sminuire un lavoro che risulta comunque vincente sotto molti punti di vista.