Blues 21 Maggio 2014

Thee Elephant

L’approccio al disco è positivo e lo si ascolta con simpatia ed affetto come quando si rispolverano le foto dei nonni, purtroppo le idee originali sono poche rendendo il risultato troppo derivativo.

Recentemente nel pianeta Musica vanno di moda i superguppi; a volte sono mere speculazioni commerciali mentre a volte nascono dall’incontro tra musicisti che vogliono sperimentare nuovi territori sonori come nel caso dei Transatlantic di Portnoy e Trewawas, dei Chickenfoot targati Hagar/Satriani/Chad Smith, oppure dei Them Crooked Vultures di Dave Grohl, Josh Homme e John Paul Jones; ora anche l’Italia (con le dovute proporzioni) ha il suo supergruppo appartenente alla seconda categoria: Thee Elephant.
Il progetto nasce nel 2012 quando il folksinger Dola J. Chaplin incontra il produttore Sante Rutigliano e insieme cominciano a lavorare su alcuni brani acustici. La volontà di pubblicare un disco li porta ad avvalersi del batterista Simone Prudenzano, del tastierista Matteo Scannicchio (Operaja Criminale) e del bassista dei Jennifer Gentle Milo Scaglioni. Il risultato è questo album omonimo di rock blues graffiante, energico e moderno, riconducibile maggiormente ai Black Keys e a Jack White piuttosto che ai performers più tradizionali.
La batteria quadrata e percussiva crea una perfetta impalcatura per la voce volutamente sporca e per le chitarre distorte; la scelta di ricreare un suono vintage non è solo voluta ma tenacemente ricercata con il condivisibile intento di recuperare se non omaggiare i suoni dei mitici anni ’60 e ’70.
Le dieci tracce infatti sono state registrate LIVE utilizzando solamente strumenti e apparecchiature dell’epoca. Per questo motivo l’approccio al disco è positivo e lo si ascolta con simpatia ed affetto come quando si rispolverano le foto dei nonni; procedendo con l’ascolto però ci si aspetta qualcosa di più dell’iniziale citazionismo e qui forse si resta un tantino delusi: l’evoluzione qualitativa che la competenza del gruppo dovrebbe garantire tarda a farsi viva, limitandosi ad alcuni episodi come That’s Beyond The Pale o Hole In The Road; purtroppo le idee originali sono poche rendendo il risultato troppo derivativo.