Indie 11 Settembre 2009

There Are No Goodbyes

Gemme rare ed irrinunciabili per There Are No Goodbyes. Il quinto capitolo firmato Sophia.

Questo è il posto delle più intense malinconie, degli stati di grazia improvvisi e delle illuminazioni destinate a lasciare ancora una volta un’impronta. Ma iniziamo da principio, suggellata ma non dimenticata l’esperienza chiave dei God Machine e a due anni trascorsi dall’intrinseca bellezza di Technology Won’t Save Us o cinque da People Are Like Seasons tutto ora qui sembra ancor più nitido e consapevole.
E’ sufficiente dare retta al doppio There Are No Goodbyes in uscita per la City Slang, per riscoprire un Robin Proper Sheppard ancor più brillante, che ha trovato coraggio e maturata passione dai trascorsi ed ottenuto ad oggi quel giusto equilibrio tra pennellate pop, deflagrazioni rock e delicato intimismo acustico.
Nell’aria a dominare è la limpidezza, una lucida malinconia, splendente come non mai per voce e liquido scorrere di chitarre e batteria, lo dicono le intuizioni e i bagliori della title track o gli arsenali rock di ”A Last Dance”.
Sarà impossibile separarsi poi da ballate quali ”Storm Clouds” e ”Dreaming” le cui lacrime senza tempo, sommano stile a proverbiale grazia. Polverosa la rugiada di ”Obvious” che sta sul versante più scuro ma che non esclude i più dilatati riverberi di un delay, dissetante poi il turno a due voci con Astrid Williamson in ”Something” o prescelto per una sorta di sinfonia spirituale ”Heartache”.
Ma qui i fatti non li fanno i numeri di elementi chiamati ad interagire è il caso di ”Leaving” per poche corde e clarinetto ma quel magnifico contare sul confluire di sfumature ed interventi che si contemplano o si rincorrono in ”Portugal”.
E mi dico ancora una volta, ascoltato il seguito in quattordici tracce per quartetto d’archi The Valentine’s Day Session che qui i sogni hanno trovato una colonna sonora complice, bella e buona.