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Dunque ci siamo, mercoledì al Forum di Assago sbarca Bruce Springsteen con la sua E Street Band e con il suo nuovo album Magic. A quasi due mesi dalla sua uscita, il nuovo disco di Bruce ha fatto discutere come raramente avevano fatto i suoi dischi negli ultimi anni. Chi si aspettava un suono “E Street Band” probabilmente è rimasto ancora deluso, visto che la produzione è stata affidata anche questa volta, come in The Rising, a Brendan O’ Brien, e quindi come per il disco del 2002 che si portava appresso le ferite e le paure del dopo 11 settembre, l’idea sonora complessiva appare distante dalle sonorità di The River o Darkness On The Edge Of Town, e si muove invece su un “wall of sound” dove l’obiettivo è quello di comprimere, smussare, convogliare verso un “tiro” deciso, e di impatto immediato, sicuramente meno ricco e meno fedele nel riportare tutte le svariate anime della E Street band. Ma, niente paura, è in buona parte la stessa idea che stava appunto dietro The Rising e figlia di una produzione che per forza maggiore cerca un’identità moderna e di impatto meno elaborato, che aggredisca l’ascoltatore senza troppi fronzoli, ma con un “muro”, appunto, il più omogeneo possibile. Insomma, è chiaro che la tavolozza dei colori di un tempo capace di essere “innocente e selvaggia” allo stesso tempo, avesse un’energia e una qualità espressiva tali da segnare un capitolo determinante della storia del rock e che pretenderne una ripetizione all’infinito, in altro contesto, a distanza di tanti anni, sarebbe ed è una pretesa irrealizzabile. Insomma, tornando al discorso iniziale, in realtà “chi si aspettava un suono “e street band”"? andrebbe posta sotto forma di domanda! Perché il suono sporco, caldo, denso della E Street band forse non si sentiva neppure in Born In The Usa, datato 1984, che riportava la versione ’80 del suono Springsteen, con i tappeti di synth della title track (con la caratteristica rivelatasi vincente degli accordi senza la “terza”, che spostavano le armonie verso tonalità orientaleggianti, riecheggianti davvero la guerra in Vietnam), di Dancing In The Dark, di Glory Days, e marcava i suoni duri, quasi metallici di Working On The Highway o Darlington County. Insomma, dovremmo tornare indietro ai dischi dei ’70 e al massimo al già citato The River per sentire un disco che calchi a carta carbone l’anima e le viscere della E Street band. La verità, forse, è che poi dal vivo Springsteen riuscirà a tradurre tutto alla sua maniera.
Al momento resti sorpreso dal rock compresso di Radio Nowhere, con la voce che si mette sullo stesso piano della sezione ritmica, dell’impasto di chitarre, della grinta “intubata” nell’involucro pensato da O’Brien. O ancora non ti aspetti le chitarre iper-prodotte che introducono You’ll Be Coming Down, ballata sostenuta, che mescola un suono brillante fino al riff di sax alla vecchia maniera, e Bruce che trascina in coppia con Steve Van Zandt una melodia quasi anomala per i suoi standard rock. Ecco, molti si aspettavano un disco comunque molto più rock, e invece le cose più infuocate restano poche: oltre la Radio Nowhere di apertura, Gipsy Biker, introdotta da un’armonica molto morriconiana e con un testo ad alto tasso politico e Last To Die, anch’essa dal forte taglio di denuncia, e forse il pezzo più bello del disco, nonostante (o forse proprio per questo?) i suoi rimandi ad un vecchio brano di Bruce, Roulette, scritto dopo l’incidente atomico di Three Mile Island nel 1979, ma con un ritornello più potente e di maggior presa. I rimandi alla sua produzione più vecchia sono fortissimi in Living In The Future, che appunto per questo ha finito col dividere i fans: i riferimenti a 10th Avenue Freeze-out, brano del ’75 scritto per Born To Run, nella linea ritmica, il solo di organo in odore di cose alla Hungry Heart, paiono al limite dell’auto-citazione, sporcati (o rovinati, a seconda dei gusti) da un chorus molto easy, e impreziositi dalla voce di Bruce che (miracoli della tecnologia?) sfodera una voce quasi giovanile! Sempre sul ponte tra il vecchio e il nuovo Girls In Their Summer Clothes parte e ricorda Waiting On A Sunny Day, pur in versione scarna solo per violino e chitarra acustica, per liberarsi poi nel prosieguo del pezzo e rivelarsi una delle cose più godibili del disco, con quel piglio leggero ma appassionato, che caratterizza le ballate gioiose e malinconiche allo stesso tempo della produzione storica springsteeniana. Il taglio folk, noir, scuro, quello per intenderci di Tom Joad e in misura diversa di Devils And Dust trova terreno fertile nella title track, Magic, che nasconde tra le strofe molto del senso del disco. E in ugual misura sia nel senso e ancor più nelle immagini oltre che nelle sonorità, il senso di smarrimento è vivo in Devil’s Arcade, con un finale ipnotico, devastante nella sua nuda crudezza, “to the beat of your heart” ripetuto sette volte. Lo Springsteen delle ballate di The Rising, capace di arrotondare voce e suono è vivo in Your Own Worst Enemy, che canta le paure quotidiane dell’America assediata da nemici che lei stessa si è creata. I fans più integralisti non hanno apprezzato campanellini e cori, ma qui davvero la canzone è perfetta così. Troppo facile addossare agli arrangiamenti la mancanza di capolavori, di pezzi memorabili: alcune scelte appaiono dettate da una scrittura che esige volume e rotondità, e su questa linea una ballad come questa non chiedeva davvero alternative. Lo Springsteen dagli orizzonti epici è più facile trovarlo in Long Walk Home, pezzo che nasconde la visione delusa e drammatica del ritorno a casa, una casa, una città, un paese, difficili da riconoscere. “Sarà lunga la strada verso casa”: qui Springsteen torna ad essere il compositore maiuscolo nel territorio che meglio conosce. Maiuscolo perché sa dove muoversi, e maiuscolo perché non si sposta dal terreno che sa amico. La ballata cresce ad ogni ascolto e si porta appresso chitarre, piano e il sax di Clarence Clemons. Mentre la E Street band spunta maestosa e rock in I’ll Work For Your Love, anche questa sulla falsariga di rock robusti e melodici che Bruce ha scritto soprattutto nei ’90, con pianoforte, chitarre, ritmica quadrata, incalzante, voce e melodia vincenti al primo ascolto. L’elegia folk che chiude, come bonus del disco, Terry Song, dedicata all’amico Terry Magovern scomparso a fine luglio, è l’affondo finale, un omaggio sentito e una chiusura malinconica ma vigorosa, suonata senza troppi orpelli e ci puoi vedere e sentire, chiara, l’onestà dell’uomo prima ancora dell’artista. Resta alla fine l’idea di un disco solido, non paragonabile alle cose più belle di Springsteen, anche perché troppo diverso è il contesto, il tempo in cui è nato ed è stato scritto. Senza canzoni epocali, ma con una cifra stilistica che alla resa dei conti si fa apprezzare nel suo complesso e con due, tre che sollevano la media.
Mercoledì vedremo e sentiremo se il Boss riuscirà ancora una volta a far innamorare di sé, “mille fans italiani, pazzi, molto pazzi”.
LIVE REVIEW: Bruce Springsteen & The Seeger Sessions Band live @ DatchForum - Assago (Milano), 12 maggio 2006
LIVE REVIEW: Bruce Springsteen live @ Palalottomatica - Roma, 6 giugno 2005
LIVE REVIEW: Bruce Springsteen & E Street Band live allo Stadio Artemio Franchi - Firenze, 8 luglio 2003
BRUCE SPRINGSTEEN live in ITALIA:
28 novembre 2007 a MILANO @ DATCHFORUM SOLD OUT
Articolo del
27/11/2007 -
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