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Attivi dal 1997, i lecchesi Drivhell sono giunti ormai alla seconda uscita discografica con questo ”A Journey As A Life”, nel quale la loro maturazione musicale appare ormai pressoché completa. I Drivhell si confermano una formazione da seguire con interesse nel variegato panorama progressive metal tricolore. In questo nuovo lavoro, composto di 9 tracce della durata media di 5-6 minuti, hanno creato un concept basato su “Le Città Invisibili” di Italo Calvino: chi l’ha letto ne ricorderà le rigogliose parti descrittive, e i dialoghi tra Marco Polo e Kubilai Khan, pervasi da una vena di follia; i Drivhell le hanno messe in musica secondo gli stilemi prog più attuali, quelli, per intenderci, che non si rifanno tanto ai Genesis ma partono dai Dream Theater per arrivare al panorama britannico più attuale (Threshold, Arena). Ecco, forse hanno messo un po’ troppa carne al fuoco, e il risultato - sound crepuscolare ed elegante, vocals e parti strumentali impeccabili, artwork e produzione superbi, brani recitati tratti dall’opera di Calvino inseriti nei pezzi – appare a tratti un po’ troppo… costruito. Certo, quando si parla di questa corrente del metal, è difficile evitare di cadere nella trappola: chi bazzica il genere sa che da un musicista prog è lecito attendersi un livello non meno che eccellente, che a volte porta ad indulgere nella mera celebrazione del preziosismo tecnico. Non è tanto questo il problema dei Drivhell, quanto l’oggettiva difficoltà di colpire al cuore l’ascoltatore, quando il tutto è così scintillante, perfetto e privo di istintività. Come in “Le Città Invisibili”, i procedimenti metaletterari creano un effetto ridondante. Peccato, perché i loro punti di forza sono davvero tanti, a cominciare dal cantato ammaliante di Jonathan Spagnuolo, proseguendo con i cristallini tappeti sonori delle tastiere di Giuseppe Montalbano e Valerio De Vittorio, che si avviluppano ai saliscendi drammatici della chitarra e della sezione ritmica, per finire con alcune tracce davvero azzeccate, come la varia title track, la delicata ”The Shining Stone” e la graffiante ”Dried Branches”. Ai Drivhell manca solo un piccolissimo sforzo di originalità per distinguersi dall’ormai sovraffollata scena prog italiana. Coraggio!
Articolo del
02/06/2010 -
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