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Se di notte incroci un disco pop, non sai che fare. Storci il naso, cerchi di concentrarti sulla custodia, ma comunque lo ascolti, alla fine lo ascolti. ”Ai Caduti In Bicicletta” è una sorpresa, gira nel lettore, e non storci il naso. Un album che parla di sensazioni, momenti impressi nella vita dai raggi del sole, chiaroscuri che ti fanno sorridere; "Agosto'87" è così, una psichedelica macchina del tempo dal motore soave, un'acustica laconica passeggiata prima di bagnarsi i piedi in "Din! Don!" mentre cerchi di resistere tra il suo cullarti ed il fremito ansioso del basso, una melodia oscura che si avvicina al meglio degli Afterhours. "Settembre" impatta come un manifesto sulla post-modernità che proprio non piace, grida tra le note rotte della chitarra e il ticchettare della batteria un lamento nero di illusioni e promesse infrante; una generazione surreale, ermetica e psichedelica anima le pagine di questo racconto, personaggi sonnacchiosi, falliti turbati senza eco, attuali ma non scontati che risuonano nei sogni dei camionisti, e se non ci credete, ascoltate "Atoni D'Ego". Un'arabica nuvola passa mentre ascolto il disco, "Racconto d'Autunno" volteggia in questa notte afosa, una chitarra stanca in un saliscendi elettrico recita il suo mantra fino a esplodere in una pioggia di disincanti. A dirla tutta, quest'album non fa rimpiangere molto le produzioni di oltreoceano, alcune sonorità ricordano i New Order di ”Age of Consent” altre i Marlene Kuntz di ”Nuotando Nell'Aria”, ma in forma più light, decisamente. A ritornare è un certo senso di speranza che ricorre nei testi e nella melodia, anche se la simpatica ferocia con cui sbranano la società è palpabile ed affamata di stereotipi da mettere a nudo. Un elemento sorprendente questo che ti porta fino in fondo all'ascolto, vuoi sapere dove si spingeranno e se anche tu fai parte delle pecore di "Spostamenti Di Massa", il laser punta su "Stramonia" che inizia a riassumere un po' il sound del disco arricchendolo di particolari inediti sino a questo momento e il canto abbinato alla voce di Anna Maria Giorgi fa il suo effetto regalando alla traccia una doppia vita. Molto carina "E La Rugiada Divenne Un Pianto", immersione in apnea negli anni ‘60 con lo scintillare della chitarra acustica a far mambassa, in una canzoncina leggera leggera da farsi ascoltare più volte; eccezion fatta per alcune tracce che si scostano troppo dal filo conduttore, è un disco valido, è sound pulito che non esagera ne forse osa, belli e carichi i testi, gli Ultimavera danno l'impressione di essere tra quei gruppi che con una buona produzione a supporto possano dare molto di più, rispetto allo pseudo rock melenso che oggi in Italia va tanto in voga.
Articolo del
25/06/2010 -
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