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Se volessimo definire con un’immagine le sonorità dell’album degli Stardishwasher, penseremmo ad una curva armonica che parte in crescendo con toni più morbidi e preparatori, sale all’apice con un’espressione sonora più decisa e finisce riprendendo i ritmi iniziali di apertura. Arrangiamenti equilibrati, strumenti che si sposano in modo ottimale in tutti i brani e una voce pulita che fa da guida alle dieci tracce del disco. “Johnny vs the Yokels” è il primo brano che ci offre la vera essenza del rock: chitarre e batteria in un motivetto che resta inciso nella mente e che a tratti ricorda, anche se con ritmi più incalzanti, qualche tracce indie rock degli inglesi Interpol. Più aggressivo della prima, ”Neighbour’s Daughter” è la traccia che apre le porte alla regina del disco, la chitarra elettrica che, nella fattispecie, riesce a dominare in assolo nobili negli stacchi tra il loop d’accompagnamento e la strofa cantata. Il tono del disco comincia ad assumere sonorità più decise ed affermate a partire da ”Hot Rods”, che segna il netto passaggio dai toni preparatori iniziali a quelli più stabili ed aggressivi del rock, portando l’orecchio nel vivo dell’ascolto. A servire l’entrée è la batteria accompagnata dalla protagonista del disco: la chitarra. “Hot Rods” è riconosciuto come il primo dei brani sperimentali che introduce l’uso della seconda voce, abile nel creare l’equilibrio sonoro ricercato dagli Stardishwasher sin dalla traccia d’apertura. L’estro creativo del gruppo, legato alla sperimentazione minuziosa e professionale, ha il suo exploit in ”Little Shandi”, in cui lo sfogo liberatorio della chitarra elettrica ritma perfettamente l’intera traccia che acquista migliore armonia grazie al suono pulito della prima voce, Stefano Pinci e quella di background di Matteo Cenciarelli. Scioltasi definitivamente nel quarto brano, la chitarra fa sentire la sua personalità in ”Hard Working”, e non male e molto virtuosa è sorella batteria che sfoga le sue vibrazioni grazie alla scioltezza interpretativa di Valerio Galassi. Stavolta è il sodalizio di basso, chitarra e batteria a guidare la voce e a creare una corposa unione che sfocia in un’elettrica interpretazione che solo chi è padrone di musica e strumenti può fare. Una delle sorprese dell’album è l’apertura, e poi lo stacco dopo pochissimi secondi dall’inizio, di “A Glass Of You”, sesta traccia, che parte in sordina con un ritmo più lento, molto meno graffiante dei precedenti e che poi, a sorpresa, esplode con scansioni incalzanti e decise della batteria e schitarrate degne delle migliori anime rock dei nostri tempi. Chicca quasi impercettibile, ma che dona al brano quel quid particolare, è il giro di basso della durata di circa cinque secondi dopo il secondo minuto d’ascolto. Si chiama “My Endless Wait” ed è la vera e stupefacente novità degli Stardishwasher che addolcisce l’album simulando un tono armonico, lento e romantico ma celando la rabbia delle chitarre. La seconda voce che anticipa il graffio dei suoni rock, dona al brano senso di nostalgia e ricordi. Gli Stardishwasher non scordano la loro anima rock, anche se si sono lasciati un po’ andare nel brano precedente, e tornato in sordina ad aggiustare ancora una volta i toni, crescendo pian piano e riabituando l’orecchio all’ascolto. Lo fanno con “Sister M”, dove il tono è più deciso e simile a quello della parte centrale del disco stesso anche se più tenue. Il finale è tutto creativo e sperimentale, l’interpretazione del significato sonoro dell’attacco di ”Love For Sale” è immediata: rimanda quasi al rombo di una moto irruente che mostra la sua aggressività nel connubio tra chitarra elettrica e percussioni. L’indie rock allo stato puro è affidato all’ultimo brano in cui voce e strumenti di amalgamano a creare ”Bad Granma”, orgoglio dell’album.
Articolo del
05/07/2010 -
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