|
Dopo una serie di EP e demo, ha finalmente visto la luce il primo full-length, omonimo, dei Collateral Damage. Data la già discreta esperienza dei nostri non lo possiamo considerare un esordio in senso stretto; ci si aspettava che riuscissero a confermare la qualità e le doti tecniche già emerse nei precedenti lavori, e senza dubbio lo hanno fatto, pur senza sorprendere particolarmente. Si sa, il caro vecchio metal “ottanti ano” per qualcuno sarà anche trito e ritrito, ma quelli (e sono tanti) che ancora lo cercano, lo chiedono e lo desiderano, sanno perfettamente quello che vogliono: riff vibranti, batteria tosta, chorus memorabili, niente orpelli elefantiaci, grazie. Che è esattamente quello che offrono i Collateral Damage. I ragazzi hanno assimilato perfettamente la lezione dei professori Iron Maiden e Judas Priest e ci consegnano un ottimo lavoro, i cui punti di forza sono un’esecuzione quasi ineccepibile dal punto di vista tecnico, e la voce di Matt, in perfetto equilibrio tra power metal e Bruce Dickinson. L’unica pecca sta in un lievissimo, quasi impercettibile scollamento tra il cantato e la parte strumentale, che si coglie nella prima traccia ”The Sin Flower” e, in misura minore, in ”Night Holiday”, nella quale questo piccolo difetto è in parte nascosto dal ritmo sostenuto e dal refrain coinvolgente. Molto bene, invece, le altre track: soprattutto ”Labyrinth Of Death” con i suoi accordi avvelenati, e la dinamica ”Man Of Brain”, già incontrata nel 2008. ”Light In The Dark Side” è davvero una bella canzone, ed è diversa dalle solite ballad piazzate a tre quarti di album a beneficio del pubblico romantico e sospirante; c’è però la sensazione che il vocalist in particolare non sia del tutto a suo agio con questo genere. All’intreccio tra i fluidi passaggi chitarristici di Izzy e i precisi midtempo dettati da Steve e Slam, si inseriscono anche alcuni elementi di sound “esotico”, forse presi a prestito da un certo periodo dei Sepultura, ma è un po’ poco per parlare di una vera e propria personalità per la band di Viterbo; anzi, le tracce, per quanto piacevoli, hanno una struttura un po’ prevedibile, ”Drunk In A Bloody Rain” è forse l’unica ad arricchire un po’ gli schemi classici. Ma questi sono, tutto sommato, dettagli, e chi cerca del buon metal non rimarrà certamente deluso.
Articolo del
22/07/2010 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|