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Un attacco sonico, molto tarantiniano, derivante dalle corde basse della chitarra è il primo vagito di questa band. Capputtinu’I Lignu non ha bisogno di una traduzione. Non credo sia una cosa piacevole per nessuno finire in una bara. All’interno dello spartano foglietto troverete poche informazioni, qualche disegno minimale e due nomi Cheb Samir e Cri(stina) . I responsabili di questo strano progetto sono un uomo, cappello in testa, bottiglia in mano, occhi incrociati e sguardo dissociato e una lei, di profilo con una chitarra in mano. Vi basta? Non credo, vorrete sapere cosa suonano. Beh, suonano un mistura di blues triturato, laido e abbastanza dissociato da farceli amare istintivamente. La sei corde suona sporca e grezza, proviene dalla tradizione dell’indomito leone Link Wray, in altri passaggi, invece, sono molto rollingstoniani (”She’s A Crime”). Niente tecnicismi, solo idee “storte” e vincenti. Minimali, come tutte le due man band, si differenziano dal resto del calderone giocando sulla destrutturazione, sul togliere la cera (mortuaria) invece che metterla. In alcune cose ricordano un Jim Morrison strafatto e svogliato (”Mr Death”). In altri passaggi Screaming Jay Hawkins sarebbe fiero di loro. Reverberi malefici, associati alla strana calura (sicula) che infervora Cristina alle prese con la sua chitarra, si uniscono a Cheb, già basso dei Normals, producendo cosi un suono distorto. La voce, psicotica, sposa la cassa, suonata dallo stesso Samir, che fa da metronomo per pezzi che se ne fregano del tempo e delle mode. Due minuti, o poco più, a brano che ti passano addosso come vetriolo e senza avere neanche il tempo di accorgersi che sono finiti che la pelle è già bella che ustionata. Dopo il contatto ravvicinato con questa sostanza vischiosa e urticante i danni riportati sono permanenti, non si riesce a divincolarsi, ci si dimena intrappolati come insetti nella tela di un ragno. Un disco a nervi scoperti.
Articolo del
03/09/2010 -
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