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Sembrano destinate a una rapida ascesa le quotazioni degli israeliani Kna’an, già visti all’opera come opening act per i Samael. Questa, almeno, è la previsione che possiamo azzardare dopo l’ascolto della loro ottima opera prima, ”First Impressions”. Il concept è chiaramente religioso, a cominciare dall’illustrazione di copertina, che ritrae un rigoglioso Paradiso Terrestre contrapposto all’inferno in cui i peccatori sconteranno la loro pena. Che c’entri o meno l’attaccamento alle proprie radici culturali, i riferimenti all’Antico Testamento su cui si basa tutto l’album sono quanto meno peculiari – per non dire apertamente controcorrente – per chi propende per le branche più estreme e tenebrose del metal; i Kna’an si rifanno, infatti, a un sanguigno death metal, giocando con elementi black e sinfonici che li avvicinano a gruppi come i Cradle Of Filth. D’altra parte, nei testi – altisonanti e curati, un tratto caratteristico del black metal – non vi è traccia di alcun “talebanismo” religioso, le interpretazioni sono apertissime, il tono è descrittivo e vagamente epico, il che è indubbiamente positivo (di musicisti che sfruttano la propria arte per fare politica o proselitismo ce ne sono in giro già troppi). L’album si apre con la strumentale “Va’Yehi”: le percussioni marziali, il crescendo drammatico, la dolce melodia del piano, già danno un’idea delle variegate potenzialità espressive di questi ragazzi. Subito dopo esplode la roboante ”Genesis”, seguita dalla lunga ed elaborata “The End Of Purity” che racconta la fine dell’idillio tra Dio e l’uomo, causato dalla disobbedienza di Eva: è in questo brano che iniziano a comparire le stimmate del metal più sulfureo – violini, tastiere, mood cupo e tempestoso -, e questa virata è confermata dalla successiva “Scarred Forever”, ovvero le elucubrazioni, certo tutt’altro che lievi e spensierate, di Caino dopo l’assassinio di Abele. “One Single Speech” è uno dei brani più ambiziosi, e forse quello che più di tutti vale la pena ascoltare per capire il modus operandi dei Kna’an: le chitarre si rincorrono e si sovrappongono, e i riff sfumano in una melodia splendidamente zingaresca - su cui scatta immediatamente l’associazione con quell’incredibile, magica “Foreverdark Woods” degli indimenticati Bàthory. Ecco avanzare “Sulfur Salvation”, e sulla narrazione della distruzione di Sodoma la vena apocalittica dei Kna’an tocca l’apice, mentre alla lacerante alternanza di scream e growl si aggiunge una parte declamata per amor di teatralità. Segue una parte in cui il riffing heavy metal più classico si fonde con gli elementi black caratteristici della band, come nella potente ed evocativa “Slavery”. Chiusura in acustico con “Walk To The Mountain”. Tutto molto bello, davvero. Ed è anche il tipico caso in cui siamo assaliti da ira funesta nel constatare che questi ragazzi ancora non hanno un’etichetta che li rappresenti. Cosa state aspettando, signori discografici?
Articolo del
22/09/2010 -
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